La Turchia dei sogni infranti e il risveglio amaro di Vancouver: a Calhanoglu non basta dominare
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Redazione Sport
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Il primo schiaffo, metaforicamente parlando, è arrivato già nel primo tempo. Era scritto nei pronostici, forse, ma non nei discorsi pre-partita quando Hakan Calhanoglu, con la spavalderia che gli concede il ruolo di leader e di faro dell’Inter, aveva liquidato l’Australia con un secco “Domineremo perché siamo più forti tecnicamente”. Peccato che a Vancouver, sul campo del BC Place, il copione sia andato tragicamente a rotoli per la sua Turchia.
Il 2-0 inflitto dai Socceroos non è solo un incidente di percorso, è il sintomo di un vizio antico: quello di confondere il possesso palla sterile con il predominio reale. Perché la squadra di Vincenzo Montella, nonostante il tasso tecnico elevatissimo di giocatori come Arda Güler e lo stesso Calhanoglu, ha litigato con la concretezza, colpendo un palo con Abdulkerim Bardakci e infrangendosi contro il muro costruito dal ventenne Patrick Beach, portiere australiano rivelatosi un muro di gomma.
L’orgoglio di Calhanoglu e la realtà di un gruppo in bilico
Negli spogliatoi, a risultato acquisito, il capitano non ha nascosto l’amaro. “A volte serve uno schiaffo per rialzarsi”, ha dichiarato ripescando la retorica della resilienza, ma il botta e risposta con un giornalista che gli faceva notare la differenza tra il “dominio” promesso e la sostanza è stato illuminante. Calhanoglu ha ribattuto secco: “Non credi che abbiamo dominato la partita?”.
La verità è che l’hanno persa due volte: una in fase di costruzione, perdendo palloni sanguinosi poi trasformati in ripartenze letali; l’altra nella testa, pensando che la superiorità nominale fosse sufficiente a stendere l’Australia. E ora il Girone D, che li vede opposti al Paraguay a San Francisco e successivamente agli Stati Uniti nel catino del SoFi Stadium a Los Angeles, si trasforma in un tunnel pericolosissimo. Servono sei punti, e serviranno subito, altrimenti l’ambiziosa spedizione turca rischia di chiudere i bagagli prima del previsto.
Nestory Irankunda, la favola inversa che punge la coscienza trumpiana
Se c’è un volto nuovo che simboleggia l’altra faccia di questo Mondiale americano – quello dei respingimenti e delle frontiere blindate – è proprio il giustiziere di giornata. Nestory Irankunda, 20 anni, non è soltanto il talento grezzo del Watford o il giocatore che il Bayern Monaco ha inspiegabilmente svenduto per soli tre milioni di euro. L’ala australiana, nata in un campo profughi in Tanzania da genitori burundesi fuggiti dalla guerra civile, ha trovato nella disciplina tattica dei Socceroos e nella sua velocità supersonica (toccata nei 36 km/h) il biglietto per la storia.
Suo è il gol del vantaggio, una fucilata che ha gelato Calhanoglu e compagni, e sua è la narrazione che fa da contraltare umano a un torneo che si gioca in un paese simbolicamente ostile all’accoglienza. Mentre i turchi lo snobbavano, lui li ha puniti con la crudeltà di chi ha fame e non si accontenta di controllare il pallone.
Circati e il muro italo-australiano che tiene in scacco Montella
Dall’altra parte, a blindare il fortino australiano, c’è un italianissimo doc. Alessandro Circati, difensore del Parma classe 2004, ha giocato una gara di sostanza e carattere, annullando di fatto le folate offensive turche. La sua scelta di rappresentare l’Australia nonostante le sirene italiane, motivata anche da un colloquio con un certo Gigi Buffon, sta pagando dividendi pesantissimi in questa Coppa del Mondo. Per Montella, invece, l’assenza di cinismo dei suoi attaccanti e la fragilità difensiva sui contropiedi sono problemi strutturali non più rimandabili.
Ora la posta si alza, l’orgoglio è ferito e il margine di errore è pari a zero. Se la Turchia uscirà dal girone, lo farà solo sanguinando, senza più parole al vento.




