Il meteorologo di ItaliaMeteo che ha detto no a Roma: “Così hanno smantellato professionalità e competenze”
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Redazione Interno
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Un miliardo di euro investito in strutture e tecnologie nel Tecnopolo di via Stalingrado, la sede del centro meteo europeo approdata in città dopo la Brexit, e un ecosistema scientifico che, con il supercomputer Leonardo e il coinvolgimento del Cnr e dell’Università di Bologna, aveva di fatto trasformato il capoluogo emiliano nella capitale italiana della meteorologia e della climatologia. Eppure, nonostante questo contesto di eccellenza riconosciuto a livello internazionale, il governo ha deciso per lo spostamento dell’Agenzia ItaliaMeteo a Roma, una scelta che, al di là delle polemiche politiche e delle dichiarazioni di esponenti della Regione come il presidente Michele de Pascale e il vicepresidente Vincenzo Colla, si è tradotta in una drammatica realtà per i lavoratori.
La comunicazione, peraltro, è arrivata con modalità che lo stesso Colla ha definito inusuali persino per un imprenditore privato, ovvero tramite una pec che lasciava ai dipendenti pochi giorni per decidere se trasferirsi o rassegnare le dimissioni. E i numeri parlano chiaro: su ventiquattro addetti, solo due avrebbero accettato di spostarsi nella capitale. Tra chi ha detto no c’è Deniel Pavone, un meteorologo di ventinove anni che da questa mattina, lunedì sedici marzo, si è ritrovato disoccupato. Pavone, che guadagnava duemila euro al mese e viveva in una doppia, era legato all’agenzia da un contratto interinale, una di quelle forme di lavoro che rendono ancora più precario il già complesso equilibrio di chi opera nella ricerca pubblica.
La sua storia, raccontata mentre l’assemblea sindacale convocata dalla Cgil e dalle altre sigle cercava di fare chiarezza su un futuro che appare quantomai incerto, è l’emblema di uno smantellamento che non risparmia le competenze acquisite in anni di lavoro. Pavone operava nel centro di via Aldo Moro 44, in attesa che gli spazi del Tecnopolo, per i quali la Regione aveva stanziato risorse e offerto la locazione gratuita di millesettecento metri quadri, fossero pronti per accoglierli definitivamente, cosa che sarebbe dovuta avvenire a gennaio del 2027. Invece, la doccia fredda è arrivata via pec, senza interlocuzione, senza un confronto che pure era stato richiesto a più voci, dalla segretaria del Pd Elly Schlein ai rappresentanti territoriali, passando per le interrogazioni parlamentari cadute nel vuoto.
Un hub internazionale sacrificato per una scelta calata dall’alto
Non è solo una questione di posti di lavoro, per quanto gravissima, ma di visione strategica per l’intero Paese. Il Tecnopolo di Bologna non è un semplice contenitore di uffici, ma un polo che ospita il Centro Europeo per le Previsioni Meteorologiche a Medio Termine (Ecmwf) e che vedrà a breve l’insediamento di un centro dell’Università delle Nazioni Unite dedicato all’intelligenza artificiale e ai cambiamenti climatici. Avere ItaliaMeteo all’interno di questo perimetro significava garantire all’Italia un ruolo da protagonista nel panorama europeo della ricerca, mettendo in sinergia competenze, modellistica e capacità di calcolo. La decisione di trasferire tutto a Roma, in una sede in via Ulpiano di cui ancora si sapeva poco fino a pochi giorni fa, rischia di vanificare un percorso avviato anni fa e che aveva portato, tra l’altro, all’accentramento delle funzioni meteorologiche nazionali in un unico luogo riconosciuto come il più adatto.
Il metodo della pec e il rischio di un arretramento culturale
La modalità con cui è stato comunicato il trasferimento, ovvero una mail certificata spedita senza alcun preavviso né tanto meno un tavolo di confronto sindacale, è stata giudicata dalle organizzazioni di categoria come un atto di arroganza senza precedenti. Fp Cgil e Nidil Cgil hanno parlato apertamente di licenziamento collettivo, sottolineando come in tanti anni non si fosse mai visto un trattamento simile nemmeno nei confronti dei lavoratori interinali, che in questo caso rappresentano una fetta importante del personale. La scelta di chiudere la sede di Bologna e di restituire gli spazi del Tecnopolo entro il venti marzo, come comunicato dal commissario straordinario Fabio Ciciliano, significa di fatto recidere il legame con un contesto scientifico che altrove, a Roma, non esiste con la stessa concentrazione di eccellenze.
Il risultato, come dimostra la scelta di Deniel Pavone e degli altri ventuno colleghi che non se la sono sentita di sradicare la propria vita, è che l’Italia rischia di perdere professionalità formate e motivate. Giovani ricercatori che, di fronte all’assenza di una prospettiva credibile, preferiscono rinunciare a un posto fisso pur di non abbandonare le proprie radici o, più semplicemente, un progetto di vita. “Forse creo un’app”, dice Pavone, con l’amaro nel cuore di chi vede vanificato un percorso di studi e di sacrifici, ma anche con la determinazione di chi non si arrende di fronte a una burocrazia statale che, per usare le parole del segretario della Cgil Michele Bulgarelli, sembra gestire le relazioni sindacali con metodi che ricordano quelli di un’altra epoca.




