Il ritorno di Tommy Shelby: Cillian Murphy e quel film che non dice come pensare

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Cillian Murphy, l’interprete che ha letteralmente plasmato con la sua presenza scenica il personaggio di Thomas Shelby per oltre un decennio, ha finalmente rotto il silenzio in merito a The Immortal Man, l’attesissimo film che porta sul grande schermo la conclusione della saga dei Peaky Blinders. L’attore irlandese, reduce dal trionfo agli Oscar per Oppenheimer, ha rilasciato dichiarazioni significative durante la premiere mondiale che si è tenuta a Birmingham, la città natale della serie, offrendo spunti di riflessione che vanno ben oltre la semplice promozione dell’opera. La pellicola, che avrà una distribuzione limitata nelle sale a partire dal 6 marzo per poi approdare su Netflix il 20 marzo, rappresenta un capitolo conclusivo ma al contempo espansivo dell’universo narrativo creato da Steven Knight, e le parole del protagonista ne delineano con precisione le ambizioni e la cifra stilistica.

Nel corso delle interviste che hanno accompagnato l’evento di lancio, Murphy ha tenuto a sottolineare un aspetto fondamentale della pellicola, ovvero la sua natura di intrattenimento puro che non rifugge, tuttavia, dalla complessità. Alla domanda specifica sulla rappresentazione dei nazisti, che nella trama del film emergono come antagonismi storici in un’Inghilterra martoriata dalla Seconda guerra mondiale e dal Blitz, l’attore ha risposto con la consueta lucidità intellettuale, chiarendo come The Immortal Man non abbia alcuna pretesa di essere un’opera dogmatica o moraleggiante. La sua riflessione, riportata da The Times, è chiara: un film non dovrebbe mai dire allo spettatore come sentirsi o cosa pensare, ma semmai sollevare interrogativi, ponendo domande piuttosto che fornire risposte precostituite. Questo approccio, a suo dire, è ciò che contraddistingue il grande cinema popolare, capace di operare su più livelli e di offrire allo stesso tempo l’adrenalina di un action movie e lo spunto per una riflessione più profonda su temi universali come il potere, la guerra e l’ambiguità morale. L’ambientazione nel 1940, del resto, non è un mero sfondo scenografico: Birmingham è devastata dai bombardamenti, e in quel contesto di macerie e macerie, fisiche e interiori, Tommy Shelby si trova costretto a uscire da una sorta di esilio volontario, uno stato di limbo esistenziale in cui vive isolato e medicato, per fare i conti con le conseguenze delle proprie scelte e con una nuova generazione pronta a raccogliere – o a tradire – la sua eredità.

Un cast stellare per un conflitto che attraversa le generazioni

L’ossatura narrativa del film, come è emerso dalle anticipazioni e dal trailer diffuso nelle scorse settimane, si regge su un conflitto che è al contempo storico e familiare. Accanto a Murphy, la pellicola vede un cast di prim’ordine che include Barry Keoghan nei panni di Duke Shelby, il figlio illegittimo di Tommy che nel frattempo ha preso le redini degli affari di famiglia a Birmingham, governando con una spregiudicatezza che richiama gli esordi del padre. Ed è proprio su questa fragilità e su questa sete di potere che intende far leva un nuovo, insidioso antagonista: Beckett, interpretato da Tim Roth, un simpatizzante fascista britannico che cerca di convincere il giovane Duke a compiere un atto di tradimento a favore dei nazisti, in un gioco di alleanze pericolose che minaccia di travolgere l’intero clan dei Shelby. La tensione, quindi, non si gioca solo sugli scenari di guerra, ma anche sulle dinamiche interne a una famiglia che ha fatto della lealtà il proprio vessillo, scoprendosi ora vulnerabile agli intrighi e alle tentazioni del potere. A completare il quadro, si aggiunge la figura di Kaulo, interpretata da Rebecca Ferguson, figlia di un clan gitano dotata di capacità divinatorie, la cui apparizione nella vita di Tommy arriva in un momento di estrema vulnerabilità per il protagonista, aggiungendo un ulteriore strato di complessità a una trama già densa di colpi di scena.

La gratitudine di un attore e il significato di un addio

Sul red carpet di Birmingham, gremito di fan accorsi con i tipici berretti e i completi in tweed per omaggiare la serie che ha reso celebre il loro accento e la loro città in tutto il mondo, Murphy ha voluto esprimere un sentimento che andava oltre la retorica promozionale. Ha parlato di "immensa gratitudine" nei confronti del pubblico, sottolineando come il successo globale dei Peaky Blinders sia stato un fenomeno graduale e incrementale, nato da una piccola serie sulla BBC2 e cresciuto negli anni fino a diventare un fenomeno di costume. Ha ringraziato i suoi colleghi, il regista Tom Harper – con cui aveva già lavorato nella prima stagione – e in particolare Steven Knight, definendo un’esperienza irripetibile quella di avere a disposizione, per così tanto tempo, una scrittura di così alto livello. In chiusura del suo intervento, con una battuta che ha strappato un sorriso ai presenti, l’attore ha invitato tutti a guardare "quel fottuto film", quasi a voler stemperare la solennità del momento con la spontaneità che lo contraddistingue lontano dai set. In altre interviste, peraltro, Murphy ha confessato di sentirsi "una persona incredibilmente media", lontana dai riflettori e poco a suo agio con i rituali della celebrità, un tratto caratteriale che rende ancora più affascinante la sua capacità di trasformarsi, davanti alla macchina da presa, in uno dei gangster più carismatici e iconici della storia della televisione.

Un capitolo che guarda alla storia senza retorica

La scelta di inserire la figura del nazista come antagonista principale, in un periodo storico come quello attuale in cui certe ideologie sembrano riaffacciarsi prepotentemente nel dibattito pubblico, non è ovviamente casuale, ma il modo in cui il film affronta il tema è, per stessa ammissione di Murphy, tutt’altro che didascalico. L’attore ha citato La zona di interesse come esempio di un approccio completamente diverso alla rappresentazione della barbarie nazista, precisando che The Immortal Man si pone su un altro piano, quello di un action film "con un grande cuore", che non vuole essere predicatore ma che, se guardato con attenzione, può rivelarsi provocatorio e capace di suscitare interrogativi sul mondo in cui viviamo. La sceneggiatura di Steven Knight, del resto, è sempre stata abile nel mescolare la cronaca familiare con la grande storia, e questa trasposizione cinematografica non fa eccezione: i Peaky Blinders si trovano a dover combattere non solo per la sopravvivenza del loro clan, ma anche in una resistenza più ampia contro un nemico che minaccia di cancellare la loro stessa identità. E in questo scenario di fuoco e acciaio, Tommy Shelby, l’uomo che sembrava immortale, si prepara a giocare la sua partita finale, consapevole che, come recita una delle battute del trailer, "una volta, quasi ho avuto tutto… ma quasi non conta".

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