The Immortal Man, l’ultima corsa di Tommy Shelby: un gangster movie scorsesiano che chiude (ma non troppo) il cerchio dei Peaky Blinders

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Se c’era una trappola in cui non bisognava cadere, nella trasposizione cinematografica di un fenomeno seriale come Peaky Blinders, era quella della nostalgia facile, del mero fanservice capace di riempire lo schermo solo con volti noti e luoghi iconici. Steven Knight, l’artefice di questa saga criminale ambientata nella Birmingham del primo Novecento, lo sapeva bene: non bastava riproporre il rito, era necessario raccontare una storia che avesse senso compiuto, e The Immortal Man, disponibile su Netflix dopo un passaggio limitato nelle sale, sembra rispondere a questa esigenza con una consapevolezza registica che, a tratti, richiama la lezione di Martin Scorsese. Tom Harper, che già aveva diretto alcuni episodi della serie originale, riprende il testimone e confeziona un’opera dal ritmo serrato, dove la violenza non è mai fine a se stessa ma diventa il linguaggio di un’epoca sospesa tra il crollo della vecchia Inghilterra e l’incubo della Seconda Guerra Mondiale.

L’operazione si inserisce in un momento storico preciso, il 1940, quando Tommy Shelby (Cillian Murphy) ha abbandonato la guida dell’impero criminale per ritirarsi in una sorta di esilio volontario, lontano dal fango e dal cemento di Birmingham. È qui, tra le mura di una dimora fatiscente, che lo ritroviamo mentre cerca di mettere per iscritto le proprie memorie, apparentemente deciso a lasciarsi alle spalle un passato fatto di sangue e potere. La sceneggiatura di Knight, tuttavia, non gli concede questa pace: a richiamarlo nella mischia è il figlio illegittimo, Duke (Barry Keoghan), che nel frattempo ha preso in mano le redini della banda, portandola verso derive pericolose che coinvolgono addirittura un piano nazista per inondare il Regno Unito di sterline false, un’operazione realmente esistita chiamata Operation Bernhard.

L’ombra di Scorsese e il peso di un’eredità maledetta

La critica internazionale ha accolto il film con un gradimento che, al momento dell’uscita, sfiorava il 93% su Rotten Tomatoes, e tra i punti di forza più citati c’è proprio la capacità di Harper di rendere cinematografico ciò che già in tv appariva tale. Le inquadrature eleganti, l’uso rallentato della violenza e quella colonna sonora anacronistica che mescola il rock alla tradizione – con particolare attenzione a due cover di Massive Attack – contribuiscono a creare quell’atmosfera epica e maledetta che ha reso celebre la saga. A tenere insieme il tutto è, naturalmente, la performance di Cillian Murphy: il suo Tommy Shelby appare qui ancora più scavato, quasi spettrale, un uomo che si muove tra i fantasmi del proprio passato (le cui perdite, come quella del fratello Arthur, avvenuta in circostanze tragiche che il film rivela solo a metà, lo tormentano) con la consapevolezza di chi sa di appartenere a un mondo destinato a scomparire.

Non mancano, però, le voci di chi sottolinea come il film, pur essendo un degno epilogo, non rappresenti una vera evoluzione rispetto alla serie. Alcune recensioni parlano di una girata di addio, di un concerto dei grandi successi dei Peaky Blinders che, sebbene emozionante, non raggiunge più i picchi di affilata intensità delle prime stagioni. In questo senso, la critica principale riguarda l’antagonista interpretato da Tim Roth: sebbene il personaggio di John Beckett, fascista legato al Terzo Reich, porti con sé una minaccia concreta, non riesce a eguagliare il carisma di avversari del passato come Luca Changretta o Alfie Solomons.

La transizione generazionale e i conti con il passato

*The Immortal Man* si configura quindi come un’opera di passaggio, forse più che di chiusura definitiva. L’introduzione di Duke Shelby, interpretato da un irrequieto Barry Keoghan, serve proprio a questo: spostare il baricentro dall’icona Tommy Shelby a una nuova generazione disillusa e cresciuta nel caos della guerra. Il conflitto tra il padre, che cerca di redimere un’esistenza di violenza, e il figlio, che quella violenza l’ha interiorizzata come unica forma di riscatto, rappresenta il motore drammatico principale. È un confronto generazionale che, nei piani di Knight, dovrebbe gettare le basi per il futuro del franchise, considerando che la BBC ha già dato il via libera a due nuove stagioni (o a una serie sequel) ambientate nel dopoguerra, negli anni Cinquanta.

Ciò che colpisce, nel film, è la densità emotiva con cui vengono affrontati i legami familiari, spesso segnati da tradimenti e lutti. La narrazione non risparmia colpi di scena, arrivando a delineare un destino tragico per molti dei personaggi storici, concludendo definitivamente l’arco narrativo di Tommy Shelby in un modo che la serie del 2022 aveva volutamente lasciato ambiguo. La ricomparsa di volti noti come quelli di Sophie Rundle (Ada) o Stephen Graham (Hayden Stagg) serve a mantenere un filo di continuità, ma è l’innesto di volti nuovi come quello di Rebecca Ferguson (Kaulo, figura di mentore per Duke) a suggerire che l’universo della famiglia Shelby è destinato a espandersi, cambiando pelle senza perdere la sua identità.

In ultima analisi, The Immortal Man riesce nell’intento di non tradire le aspettative dei fan più accaniti, consegnando loro un film che, pur con qualche cedimento nella caratterizzazione degli antagonisti e con un ritmo a tratti più contemplativo rispetto allo spirito originario, si mantiene fedele all’estetica e alla sostanza del brand. La scelta di ambientare la storia nel bel mezzo del secondo conflitto mondiale non è solo uno sfondo, ma una metafora: la guerra è fuori, ma è anche dentro Tommy, che combatte per trovare un senso alla propria immortalità in un mondo che sta rapidamente dimenticando gli eroi del fango e del sangue. E, in questa lotta, la regia di Harper e la presenza magnetica di Murphy rendono giustizia a un personaggio ormai entrato di diritto nella storia della fiction criminale contemporanea.

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