Zuckerberg sotto giuramento a Los Angeles: «Mai voluto i bambini su Instagram, ma ammetto i ritardi»
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Redazione Economia
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Il fondatore e amministratore delegato di Meta, Mark Zuckerberg, ha varcato mercoledì mattina le porte della Corte superiore della contea di Los Angeles con un portamento che molti osservatori hanno definito insolitamente ingessato, scortato da agenti del dipartimento di Sicurezza Nazionale, per sedersi per la prima volta nella sua carriera sul banco dei testimoni di un processo civile e rispondere direttamente alle domande di una giuria popolare. L'udienza, presieduta dalla giudice Carolyn Kuhl e gremita di giornalisti e parenti delle presunte vittime accalcati sulle panche di legno, rappresenta uno spartiacque giuridico nella lunga battaglia legale che contrappone i giganti della tecnologia alle famiglie americane: al centro della disputa, l'accusa secondo cui piattaforme come Instagram e YouTube sarebbero state deliberatamente progettate per creare dipendenza nei minori, sfruttando meccanismi psicologici simili a quelli delle slot machine per massimizzare i profitti, e causando così danni gravissimi alla salute mentale di bambini e adolescenti. L'imputata principale, una ventenne californiana identificata con le iniziali Kgm, ha raccontato attraverso il suo legale di aver iniziato a utilizzare Instagram all'età di nove anni – età palesemente inferiore al limite consentito – e di aver sviluppato negli anni successivi depressione, ansia, dismorfismo Corporeo e pensieri suicidi che lei stessa attribuisce all'uso compulsivo di quei meccanismi digitali.
«Perché non avete protetto i nostri figli?» Il confronto in aula tra l'accusa e il numero uno di Meta
L'avvocato dell'accusa, il noto penalista Mark Lanier – lo stesso che negli anni Novanta ottenne risarcimenti miliardari dalle multinazionali del tabacco – non ha usato mezzi termini nel suo interrogatorio, incalzando Zuckerberg con una domanda retorica quanto provocatoria: un’azienda responsabile dovrebbe aiutare, ignorare o approfittare delle persone «meno fortunate in termini di opportunità educative» o provenienti da contesti difficili? E, nel farlo, ha mostrato ai giurati una serie di documenti interni a Meta che imbarazzano non poco la difesa, tra cui una presentazione del 2018 in cui si leggeva chiaramente: «Se vogliamo vincere alla grande con gli adolescenti, dobbiamo coinvolgerli quando sono ancora preadolescenti». Zuckerberg, nel rispondere, ha tentato di smarcarsi definendo quelle carte come «discussioni interne» e sostenendo che la sua azienda abbia sempre ragionato su come «costruire versioni dei servizi che i bambini possano usare in sicurezza», menzionando un progetto – mai realizzato – per una versione di Instagram dedicata agli under 13. Eppure, la stessa accusa ha portato alla luce una email del 2015 in cui il numero uno di Meta stimava che sulla piattaforma fossero già presenti oltre 4 milioni di utenti al di sotto dell'età minima consentita, una consapevolezza, questa, che stride apertamente con la dichiarazione resa dal manager al Congresso nel 2024, quando assicurò che i minori di 13 anni non fossero ammessi.
L'ammissione sui ritardi nella verifica dell'età e la difesa sugli obiettivi di tempo
Sotto il peso delle evidenze prodotte dall'accusa, lo stesso Zuckerberg ha finito per ammettere alcune criticità, dichiarando di rammaricarsi per la lentezza con cui la sua azienda ha affrontato il problema della verifica dell'età degli iscritti: «Vorrei sempre che avessimo fatto le cose prima», ha risposto quando Lanier gli ha mostrato una comunicazione interna di Nick Clegg, all'epoca vicepresidente per gli affari globali di Meta, in cui si leggeva che i limiti d'età erano «non applicati (o inapplicabili?)» e che le diverse politiche tra Facebook e Instagram rendevano «difficile sostenere che stiamo facendo tutto il possibile». Non solo età: l'interrogatorio si è concentrato anche sulle metriche di utilizzo, con l'avvocato Lanier che ha mostrato ai giurati email del 2014 e 2015 in cui Zuckerberg fissava obiettivi precisi per aumentare il tempo speso sulle app di una doppia cifra percentuale, e un documento del 2022 che elencava le "tappe fondamentali" per Instagram, prevedendo un incremento graduale del tempo di utilizzo medio giornaliero da 40 minuti nel 2023 a 46 minuti nel 2026. Di fronte a queste carte, il Ceo di Meta ha provato a fare chiarezza, spiegando che in passato esistevano obiettivi legati al tempo, ma che l'approccio è cambiato e oggi i traguardi mostrati non sarebbero «obiettivi» bensì un semplice «reality check» per il management su come stanno andando i prodotti; il tempo che gli utenti trascorrono sulle piattaforme, ha aggiunto, sarebbe solo un «effetto collaterale» del fatto che trovano i servizi utili e di valore, negando recisamente che massimizzare la permanenza sullo schermo fosse lo scopo ultimo del design di Instagram.
Il peso del caso Kgm e il precedente che preoccupa la Silicon Valley
La vicenda giudiziaria che vede imputati Meta e Google (proprietaria di YouTube) è considerata un test case destinato a fare giurisprudenza per le oltre millecinquecento cause simili attualmente pendenti negli Stati Uniti, intentate da famiglie, distretti scolastici e procure statali che accusano i colossi tecnologici di aver alimentato quella che molti definiscono una crisi epocale di salute mentale giovanile. La scelta di concentrare il processo sulla sola Kgm, che ha utilizzato YouTube sin dall'età di sei anni e Instagram a nove, permetterà ai dodici giurati di esprimersi entro la fine di marzo su un caso concreto, valutando se le piattaforme abbiano effettivamente danneggiato la ragazza o se, come sostengono le difese, i suoi problemi derivino da un'infanzia difficile caratterizzata da abusi e turbolenze familiari. Snapchat e TikTok, inizialmente coinvolti nella causa, hanno optato per un accordo extragiudiziale risarcendo la ricorrente e uscendo dal procedimento, una strategia che potrebbe rivelarsi prudente alla luce dei toni accesi emersi durante l'interrogatorio di Zuckerberg, il quale a tratti ha mostrato segni di insofferenza, arrivando a voltarsi verso i giurati scuotendo la testa mentre l'avvocato Lanier scandiva le sue domande.
Il fondatore di Facebook, che ha costruito il suo impero su oltre 3,5 miliardi di utenti sparsi nel mondo, dovrà ora attendere il verdetto insieme ai legali di Google, mentre fuori dal tribunale i genitori di altri ragazzi che si sono tolti la vita o hanno sviluppato gravi patologie psichiatriche – molti dei quali presenti in aula durante la testimonianza – sperano che questo processo possa finalmente invertire quella che percepiscono come un'ondata devastante, costringendo l'industria a modificare algoritmi e logiche di progettazione. La legge statunitense, che storicamente ha protetto le piattaforme dalla responsabilità per i contenuti pubblicati dagli utenti, non le esime tuttavia dal rispondere delle caratteristiche tecniche e psicologiche con cui i loro software sono costruiti, ed è proprio su questo crinale che si gioca la partita più delicata: stabilire se l'infinita rotazione di video, le notifiche push e i meccanismi di ricompensa sociale come i "like" costituiscano scelte progettuali neutrali o trappole comportamentali deliberatamente studiate per catturare l'attenzione dei più vulnerabili.




