Il fondatore di Meta sotto giuramento a Los Angeles nega di aver progettato piattaforme per creare dipendenza nei minori
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Redazione Economia
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L’aula del tribunale di Los Angeles ha offerto, in queste ore, l’immagine di un confronto teso e serrato tra il potere della tecnologia e il dolore di chi quel potere lo ha subito sulla propria pelle. Mark Zuckerberg, amministratore delegato di Meta, la società che controlla imperi digitali come Facebook e Instagram, si è trovato per la prima volta nella sua carriera a rispondere direttamente a una giuria popolare, chiamato a difendere le sue creature dalle accuse di aver deliberatamente architettato sistemi in grado di generare pericolose dipendenze, specialmente tra i più giovani. Un processo, questo, che molti osservatori non hanno esitato a definire storico per la portata delle implicazioni, paragonandolo per certi versi alle battaglie legali che negli anni Novanta coinvolsero le multinazionali del tabacco. L’accusa, sostenuta con veemenza dall’avvocato Mark Lanier, dipinge un quadro inquietante: quello di un’azienda che, pur di massimizzare i profitti e il tempo di permanenza degli utenti sulle proprie piattaforme, avrebbe scientemente messo in secondo piano la salute mentale di bambini e adolescenti.
La linea sottile tra valore e dipendenza
Nel corso della deposizione, che ha tenuto la corte col fiato sospeso per oltre cinque ore, la strategia difensiva di Zuckerberg è apparsa chiara fin da subito: negare qualsiasi intenzionalità nel creare meccanismi compulsivi, spostando invece l’accento sul concetto di “valore” del servizio offerto. «Se un prodotto è utile», ha argomentato il Ceo di Meta, «le persone tenderanno naturalmente a utilizzarlo di più, e questo è un effetto collaterale positivo, non l’obiettivo primario». Una posizione, questa, che l’avvocato Lanier ha cercato di smontare con sistematicità, brandendo davanti ai giurati una serie di documenti interni e vecchie email, risalenti anche al 2014 e al 2015, in cui lo stesso Zuckerberg fissava obiettivi precisi per incrementare la percentuale di tempo speso dagli utenti sulle piattaforme. Alla domanda provocatoria su cosa dovrebbe fare un’azienda ragionevole nei confronti delle persone più vulnerabili, se aiutarle, ignorarle o «predare su di loro per i propri fini», la risposta del fondatore di Facebook è stata netta nell’escludere l’ultima opzione, pur senza mai ammettere che le sue società abbiano valicato quel confine etico.
Il nodo irrisolto dell’età minima e i fantasmi del passato
Uno dei punti più spinosi affrontati durante l’interrogatorio ha riguardato la mancata applicazione delle policy relative all’età minima di iscrizione, fissata a tredici anni. Lanier ha portato alla luce una presentazione interna di Instagram del 2018 in cui si discuteva esplicitamente di come attrarre i cosiddetti “tween”, quei pre-adolescenti che ufficialmente non dovrebbero nemmeno avere un account. «Per vincere alla grande con gli adolescenti, dobbiamo accoglierli quando sono ancora bambini», recitava una delle slide, una frase che strideva apertamente con le rassicurazioni ufficiali dell’azienda. Ancora più imbarazzante, per la difesa, è stata la lettura di un’email del 2019 firmata da Nick Clegg, all’epoca vicepresidente per gli affari globali di Meta, che segnalava a Zuckerberg e agli altri dirigenti come i limiti d’età fossero di fatto «non applicati e forse inapplicabili», rendendo difficile sostenere che si stesse facendo tutto il possibile. Il Ceo, dal canto suo, ha dovuto ammettere di rammaricarsi per la lentezza nel rimuovere gli under 13, ma ha anche cercato di scaricare parte della responsabilità sui produttori di dispositivi mobili, come Apple e Google, che a suo dire dovrebbero gestire la verifica dell’età a livello di sistema operativo per rendere il processo più efficace e uniforme.
Il peso delle parole e la sofferenza silenziosa in aula
Mentre l’avvocato dell’accusa incalzava Zuckerberg sulla differenza tra dipendenza clinica e quello che Meta preferisce definire “uso problematico”, l’atmosfera nell’aula del tribunale di Los Angeles rimaneva carica di tensione. A pochi metri dal banco dei testimoni, seduti tra il pubblico ristretto che è riuscito a ottenere un posto, c’erano loro: i genitori che hanno perso i figli, suicidi che secondo le loro convinzioni sono stati alimentati o causati da un utilizzo incontrollato dei social network. Donne e uomini che hanno fissato negli occhi l’amministratore delegato di una delle aziende più potenti del pianeta, chiedendosi – come ha fatto Lori Schott, madre di Annalee, morta a diciotto anni – perché non si intervenga per cambiare algoritmi che spingono contenuti potenzialmente letali. La ventenne identificata con le iniziali Kgm, attrice di questa causa pilota, era presente e ha visto l’uomo più ricco del mondo (o uno di essi) difendersi affermando che i ricavi generati dagli adolescenti rappresentano meno dell’uno per cento del fatturato, quasi a voler sminuire l’interesse economico di Meta verso quella fascia demografica, nonostante le evidenze documentali suggerissero il contrario.
Le scuse e le promesse per un futuro più attento
In chiusura della sua deposizione, Mark Zuckerberg ha infine trovato lo spazio per delle scuse, seppur generiche e proiettate verso il domani più che ancorate a una assunzione di responsabilità per il passato. Si è detto dispiaciuto di non aver potuto impedire, in passato, l’iscrizione di bambini anche molto piccoli – il caso più clamoroso è proprio quello della ricorrente Kgm, che era su Instagram dall’età di nove anni – e ha promesso che in futuro le sue società presteranno maggiore attenzione alla tutela dei minori. Parole che suonano come un tentativo di ricucire uno strappo con l’opinione pubblica, ma che non hanno placato l’ira dei familiari delle vittime né distolto l’attenzione della giuria dal cuore della questione: stabilire se dietro allo schermo luminoso di uno smartphone ci sia stata, per anni, la deliberata volontà di costruire una trappola comportamentale. La decisione dei legali di Snapchat e TikTok di raggiungere un accordo extragiudiziale con la parte lesa, ritirandosi dal processo, aggiunge un ulteriore strato di complessità a un verdetto che, qualunque esso sia, è destinato a fare giurisprudenza e a segnare un confine nelle responsabilità delle piattaforme digitali.




