Il processo a Zuckerberg e l'omino stilizzato dal volto accigliato tracciato dall'accusa

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Nell'aula della Corte superiore della California, a Los Angeles, si sta scrivendo un capitolo giudiziario destinato a fare giurisprudenza: per la prima volta un amministratore delegato delle più potenti piattaforme digitali mondiali si trova a rispondere direttamente dinanzi a una giuria popolare delle conseguenze psicologiche, e talvolta drammatiche, che quelle stesse piattaforme avrebbero generato nella vita di migliaia di minori. Il protagonista di questa vicenda giudiziaria, Mark Zuckerberg, patron di Meta che controlla imperi digitali come Facebook, Instagram e WhatsApp, ha dovuto ascoltare in aula la domanda, volutamente provocatoria e spiazzante, dell'avvocato della controparte Mark Lanier, lo stesso che con un semplice pennarello aveva disegnato un omino stilizzato dall'espressione corrucciata per simboleggiare il disagio degli adolescenti. Gli si chiedeva, in sostanza, se un'azienda, specialmente quando ha di fronte persone fragili o prive di strumenti educativi adeguati, debba offrire aiuto, voltarsi dall'altra parte o addirittura approfittare di quella vulnerabilità. La risposta del fondatore di Meta, che pure ammette il dovere morale di assistere chi utilizza i propri servizi, non ha però convinto le centinaia di famiglie presenti, quelle stesse famiglie che hanno perso i figli a causa di suicidi o li vedono sprofondare in depressione e disturbi alimentari, convinte che tutto ciò sia la diretta conseguenza di algoritmi studiati per catturare l'attenzione e creare dipendenza.

L'infanzia violata e le prime iscrizioni a soli nove anni

Il caso giudiziario, che rappresenta il primo maxi-processo collettivo contro i social network, ruota attorno alla figura di una giovane ormai ventenne, identificata con le iniziali Kgm, la quale ha raccontato al tribunale di essere stata letteralmente inghiottita dal vortice di Instagram sin dall'età di nove anni, sviluppando nel tempo ansia, dismorfismo reo e pensieri suicidi che l'hanno accompagnata per tutta l'adolescenza. La difesa di Zuckerberg, nel tentativo di smontare l'impianto accusatorio costruito dall'avvocato Lanier, ha ribadito con forza che le policy aziendali di Meta hanno sempre vietato l'iscrizione ai minori di tredici anni, salvo poi dover ammettere, con una certa dose di imbarazzo, che esiste una “significativa quantità di persone” che aggira il divieto mentendo sulla propria età. Ed è qui che emerge la difficoltà oggettiva, per non dire l'ipocrisia sostanziale, di un colosso del web che da un lato dichiara di voler proteggere i più piccoli e dall'altro non adotta strumenti realmente efficaci per impedire loro di accedere, come dimostrano i documenti interni presentati in aula. Secondo queste carte, risalenti al 2018, gli stessi dirigenti Instagram erano perfettamente consapevoli che circa quattro milioni di utenti americani avesse-ro meno di tredici anni, una cifra che rappresentava all'epoca quasi un terzo della popolazione statunitense tra i dieci e i dodici anni.

Le contraddizioni interne e i messaggi imbarazzanti tra dipendenti

L'interrogatorio incrociato, come spesso accade nei processi che mescolano tecnologia e comportamento umano, ha fatto emergere dettagli che gettano più di un'ombra sulla buona fede dell'azienda californiana, rivelando conversazioni private tra dipendenti che definivano “disgustosa” la strategia voluta dallo stesso Zuckerberg per attrarre i bambini al di sotto dei tredici anni. Quegli stessi bambini che, una volta cresciuti, sarebbero diventati utenti fedeli e quindi fonte inesauribile di dati e profitti pubblicitari, dimostrando quanto il confine tra la tutela dei minori e gli interessi commerciali sia, almeno stando agli atti processuali, assai più labile di quanto si voglia far credere. L'avvocato Lanier, nel suo stile diretto e quasi teatrale, ha mostrato alla giuria documenti che testimoniano come fino a pochi anni fa esistessero obiettivi aziendali precisi per aumentare il tempo speso dagli utenti sulle applicazioni, inclusi parametri ambiziosi come i quaranta minuti giornalieri previsti per Instagram entro il 2023. Il fondatore di Meta ha replicato sostenendo che si trattasse solo di parametri di monitoraggio e non di veri e propri traguardi da raggiungere, una distinzione lessicale che però non ha convinto i giurati, molti dei quali genitori a loro volta, e che comunque stride con la dichiarazione dello stesso Zuckerberg quando afferma che la sua azienda non ha mai avuto l'obiettivo di massimizzare il tempo di utilizzo.

I moniti del giudice e la folla di genitori davanti al tribunale

L'atmosfera dentro e fuori l'aula giudiziaria è carica di tensione emotiva, tanto che la giudice Carolyn B. Kuhl è stata costretta a intervenire duramente contro alcuni membri dello staff di Meta sorpresi a indossare, proprio nell'aula di tribunale, gli occhiali intelligenti dotati di telecamera prodotti dall'azienda stessa, ordinando l'immediata cancellazione di eventuali riprese e minacciando sanzioni per oltraggio alla corte. Fuori dal palazzo di giustizia di Spring Street, a Los Angeles, la scena che si offre agli occhi dei cronisti è quella di una folla silenziosa e composta, composta in larga parte da genitori che hanno dovuto seppellire i propri figli adolescenti, i quali hanno atteso per ore sotto la pioggia pur di accaparrarsi uno dei pochi posti disponibili in aula. Questi genitori, molti dei quali con in mano fotografie sorridenti dei loro ragazzi prima che la dipendenza dai social li trascinasse nel baratro, rappresentano la parte più dolorosa di un procedimento giudiziario che cerca di stabilire un nesso di causalità tra le caratteristiche tecniche delle piattaforme, come lo scorrimento infinito dei contenuti o le notifiche push, e i disturbi mentali sempre più diffusi tra gli adolescenti. Il processo, che dovrebbe concludersi verso la fine di marzo, potrebbe creare un precedente destinato a influenzare le altre mille e cinquecento cause analoghe già depositate contro i giganti del web, senza contare che TikTok e Snapchat, inizialmente coinvolte, hanno preferito patteggiare la loro posizione uscendo dal procedimento con accordi economici mantenuti riservati.

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