Il vicolo cieco di Trump in Iran: tra minacce nucleari e sanzioni da allentare
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Redazione Esteri
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La guerra in Iran si è trasformata in un vicolo cieco geopolitico che rischia di logorare, più che il fronte nemico, la credibilità stessa del sistema Stati Uniti. Ormai si scivola in una dimensione paradossale, se non francamente schizofrenica, dove gli atti di governo procedono in direzioni opposte. Da un lato, il presidente Trump brandisce la minaccia nucleare contro South Pars, il cuore pulsante del gas iraniano, promettendo una distruzione totale in caso di ulteriori attacchi alle infrastrutture dei paesi alleati; dall’altro, il suo stesso Segretario al Tesoro, Scott Bessent, si trova costretto a vagliare l’ipotesi di allentare le sanzioni sul petrolio iraniano—quel milione e passa di barili già caricati sulle navi ma bloccati in mare—per cercare di placare dei mercati energetici impazziti e calmierare un prezzo del carburante che, inevitabilmente, finisce per ricadere sugli elettori americani. È un conflitto che si combatte su due fronti opposti ma speculari: il nemico da abbattere e il costo della benzina da contenere sono diventati la stessa identica variabile.
La radicalizzazione del regime e il logorio interno
L’illusione che la decapitazione dei vertici politici potesse piegare la volontà di Teheran si è infranta contro una realtà molto più complessa. Come osserva Giuseppe Acconcia, docente di Storia delle Relazioni Internazionali, la continua uccisione dei vertici—a partire dal successore della Guida Suprema—non ha generato un vuoto di potere, ma un ricambio rapido e violento che ha messo al comando l’ala più radicale dei Pasdaran. L’Iran, spiega l’analista, è ormai a tutti gli effetti un regime militare, dove le bombe, lungi dall’indurre moderazione, hanno reso la radicalizzazione ancora più profonda e strutturale. La leadership, sebbene indebolita nelle sue figure storiche, ha risposto con una dimostrazione di forza inedita, colpendo obiettivi a distanze prima ritenute inimmaginabili, come la base di Diego Garcia, e causando decine di feriti in territorio israeliano, segno che la capacità di reazione offensiva resta intatta nonostante i raid subiti.
La Casa Bianca alla ricerca di una via d’uscita
Mentre il Congresso appare sempre più confuso sull’andamento delle operazioni e sugli obiettivi finali di una guerra che rischia di allontanare anche l’elettorato repubblicano tradizionale, l’amministrazione Trump sembra orientata a cercare una soluzione rapida per uscire dal pantano. La strategia, filtrata da indiscrezioni di stampa, punta a concentrare la pressione sullo Stretto di Hormuz e sull’Isola di Kharg, il terminale attraverso cui Teheran gestisce circa il 90% delle proprie esportazioni di greggio. L’idea di un’operazione anfibia—che potrebbe coinvolgere i reparti dei Marines già in movimento dal Giappone e dalla California—è sul tavolo come leva estrema: occupare o rendere inutilizzabile quell’avamposto strategico per strozzare il flusso di petrolio che finanzia il regime. Tuttavia, anche questa opzione si scontra con una contraddizione di fondo: un simile intervento rischierebbe di far schizzare il prezzo del barile ben oltre la soglia dei 110 dollari, aggravando la crisi economica interna che la Casa Bianca vorrebbe invece evitare.
La retorica di Trump e lo scollamento con i fatti
Nonostante le evidenze di una guerra che mostra crepe profonde, Trump ha utilizzato i suoi canali social per ribattere con forza alle analisi critiche, come quella dell’analista del *New York Times* David Sanger, che gli rimproverava il mancato raggiungimento degli obiettivi. “Settimane di anticipo sulla tabella di marcia, la loro leadership è stata annientata, la loro Marina e la loro Aviazione sono fuori combattimento, non hanno assolutamente alcuna difesa”, ha scritto il presidente su Truth, rivendicando successi che appaiono, agli occhi degli analisti internazionali, in netto contrasto con la resilienza mostrata sul campo. In questo contesto, la richiesta di miliardi di dollari di fondi aggiuntivi per il Pentagono—definita da Hegseth come il necessario “costo per uccidere i cattivi”—e la simultanea apertura al dialogo sui flussi petroliferi rivelano una strategia che cerca disperatamente di conciliare la distruzione del nemico con la sopravvivenza politica interna.




