Panetta: «L’Europa sia unita, l’Italia ha un riparo dalla crisi»
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Redazione Economia
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Il messaggio che arriva da Palazzo Koch, in un sistema internazionale ormai segnato da faglie geopolitiche sempre più profonde, è di un realismo che non ammette più tentennamenti. Il governatore di Bankitalia, Fabio Panetta, parlando ieri alla conferenza annuale organizzata insieme al Maeci, ha voluto tracciare una linea netta: la resistenza dell’Italia e dell’Europa alle onde d’urto di un mondo frammentato non dipende affatto da variabili esogene, quelle che spesso si tende a evocare come inevitabili, bensì dalla coerenza ferrea delle scelte interne. Una premessa che acquista peso specifico se la si collega alle tensioni sui mercati energetici, scatenate dal conflitto in Iran, e alle loro ramificazioni quasi imprevedibili.
L’effetto domino dei prezzi dell’energia
Panetta lo ha ribadito con chiarezza: «Oggi l’attenzione è concentrata sul mercato dell’energia, che costituisce un elemento fondamentale dell’economia mondiale». Le ostilità esplose in Medio Oriente – ha spiegato – hanno già fatto impennare i prezzi delle materie prime, innescando una reazione a catena. In prima battuta, gli effetti si scaricano sull’inflazione; ma è il passaggio successivo, quello che il governatore descrive quasi come una progressione inevitabile, a preoccupare maggiormente gli analisti. «A un certo punto – ha avvertito – i timori sull’inflazione si trasformeranno in timori per la crisi dell’economia reale». Non si tratta, nelle sue parole, di una semplice previsione accademica, bensì di un meccanismo già osservato in passato, quando gli shock esterni hanno finito per paralizzare la domanda e la produzione.
Il nodo del debito e la fragilità dei conti pubblici
Quel che rende il quadro attuale particolarmente delicato, secondo Panetta, è l’eredità di anni di politiche di bilancio espansive. «Gli alti livelli di debito pubblico in molte economie – ha osservato – limitano lo spazio per interventi di bilancio e accrescono i rischi per i mercati finanziari». Una frase, questa, che suona come un monito diretto ai governi europei, spesso tentati di rispondere alle emergenze con nuove dosi di spesa senza un adeguato sostegno strutturale. L’Italia, in questo senso, presenta però una peculiarità. Il governatore ha infatti sottolineato come l’impatto delle tensioni mediorientali sul nostro spread sia stato finora «mitigato da una situazione migliore dei conti pubblici». Un piccolo scudo, insomma, che non cancella i pericoli ma che offre un certo margine di manovra rispetto ad altri partner.
L’appello all’unità europea come argine
Di fronte a un’impennata dell’inflazione che rischia di tramutarsi in stagnazione – quella che gli economisti chiamano stagflazione – Panetta ha rivolto un appello esplicito all’Europa. «L’Europa sia unita», ha detto, perché solo una risposta coordinata può evitare che le ripercussioni finanziarie si trasformino in una crisi di fiducia irreversibile. Non si tratta, nella sua analisi, di un’opzione ideologica, ma di un dato tecnico: in un mercato globale dove gli investitori scrutano ogni differenziale di rendimento, la frammentazione delle politiche nazionali amplificherebbe la volatilità. E qui il governatore ha voluto fornire un dato confortante per il nostro paese, senza però cadere in facili trionfismi. La migliore condizione dei conti pubblici italiani, rispetto ad altri periodi critici, rappresenta una sorta di paracadute, non una garanzia di atterraggio morbido.
Dall’inflazione alla crescita, il corto circuito da evitare
Il passaggio più denso del suo intervento, quello che i mercati hanno subito cercato di decifrare, riguarda la possibile trasformazione del timore inflativo in paura per la crescita. «Abbiamo dei prezzi dell’energia molto elevati – ha ripetuto Panetta – e questo ha una serie di effetti, in prima battuta sull’inflazione e poi sull’economia reale». Il meccanismo è subdolo: le imprese, di fronte a costi energetici insostenibili, riducono la produzione o alzano i prezzi finali; i consumatori, colpiti da rincari ripetuti, tagliano i consumi non essenziali; la domanda interna crolla e con essa il pil. Un corto circuito che la Banca centrale europea, con la sua politica dei tassi, può solo attenuare, non risolvere. Da qui la sottolineatura finale del governatore: la responsabilità principale, per arginare la crisi, non sta a Francoforte ma nelle capitali nazionali, a cominciare da Roma e Berlino. Perché, in un mondo dove Trump siede di nuovo alla Casa Bianca e il Medio Oriente brucia, l’unico vero riparo resta la coerenza interna e la solidarietà europea. Niente più alibi, insomma: i conti pubblici in ordine e una strategia comune sono la condizione sine qua non per non farsi travolgere.




