Irina Shayk a Sanremo: dal circuito Ferrari al palco dell‘Ariston, l’altra passione della co-conduttrice

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Quando il direttore artistico Carlo Conti ha pronunciato il nome di Irina Shayk, associandolo alla poltrona di co-conduttrice per la serata di giovedì 26 febbraio, molti hanno pensato a un classico vezzo glamour, a un volto internazionale da aggiungere al già nutrituo cast che include Laura Pausini e gli altri conduttori annunciati -1-6. Eppure, ridurre la scelta della top model russa a una mera operazione di lustro e passerella significa ignorare quella che, a ben guardare, è una delle sue inclinazioni professionali più autentiche e meno raccontate: il rapporto con l’automobile, con la meccanica vestita di alta moda, con l’estetica dei motori.

Prima che Carlo Conti la attendesse alla scalinata dell‘Ariston, e ben prima che i riflettori del Festival si accendessero sulla sua figura statuaria, Irina Shayk — questo il suo pseudonimo, essendo il nome completo Irina Valer’evna Šajchlislamova — aveva già calcato un palcoscenico d’asfalto ben preciso: la pista di Fiorano -2-7. Correva l’aprile del 2024 quando Vogue Italia la volle protagonista di uno shooting destinato a fondere due mondi solo apparentemente distanti. Lei, con gli stivali da racing Alpinestars calzati su un trench Dolce&Gabbana, camminava sulla stessa striscia di bitume dove quotidianamente Charles Leclerc e Carlos Sainz portano al limite le monoposto del Cavallino. Non era una semplice comparsa, una modella prestata a un servizio; era piuttosto il ponte vivente tra l’alta sartoria e l’ingegneria automobilistica, un ruolo che pochi interpreti della sua generazione hanno saputo rendere credibile.

Quel servizio fotografico, pubblicato con lo slogan “Seguimi in pista”, svelava una familiarità con l’ambiente dei motori che va oltre l’occasione professionale -2. La si vedeva sdraiata su una pista di macchinine Ferrari con una tuta rossa firmata Rick Owens, oppure immortalata nel paddock con un casco Dainese stretto tra le mani, mentre indossava capi Balenciaga -7. La copertina di Vogue Italia — quella stessa testata che rappresenta un crisma nel fashion system — scelse proprio quell’ibrido per celebrare il successo globale della Formula 1. E fu lì, in quel contesto, che Shayk dimostrò di non essere affatto una “estranea” in tuta da corsa: il suo, abitualmente consegnato alle silhouette fluide di Ermanno Scervino — brand per il quale ha recentemente posato per la primavera-estate 2026 — sapeva indossare anche la rigidità tecnica di un capo racing con la stessa naturalezza -4-9.

Del resto, chi segue da vicino le sue scelte professionali sa che la passione per le quattro ruote non è un flirt passeggero. Irina Shayk era già apparsa nel 2011 nel videogioco Need for Speed: The Run di Electronic Arts, un dettaglio che ai più sfugge ma che disegna una traiettoria coerente: dalla finzione interattiva delle corse virtuali alle piste vere di Fiorano, fino al palcoscenico mediatico del Festival -5. Non è, dunque, un caso che la si trovi a suo agio accanto a piloti di Formula 1, così come non è un caso che Carlo Conti l’abbia scelta per una serata — quella del 26 febbraio — che, si dice, punterà a bilanciare musica e spettacolo con una cifra estetica alta, forse persino con qualche incursione nei linguaggi visivi del design industriale.

La genesi della sua carriera, del resto, non è mai stata lineare. Nata a Emanželinsk, cittadina mineraria russa dove il padre lavorava come minatore prima di morire quando Irina aveva solo quattordici anni, la modella ha dovuto costruirsi una pelle più spessa di quanto la sua immagine patinata lasci intendere -3-5-8. Studi di marketing abbandonati, una scuola di estetiste frequentata quasi per caso, e poi la scoperta in un concorso di bellezza locale: Miss Čeljabinsk 2004. Da lì, l’ascesa è stata rapida ma mai improvvisata. Shayk ha alternato passerelle e campagne pubblicitarie — da Intimissimi a Guess, da Givenchy a L’Oréal — con rare incursioni cinematografiche, come nel 2014 quando interpretò la moglie di Eracle in Hercules: il guerriero accanto a Dwayne Johnson -5-8. E se il grande pubblico l’ha spesso incasellata nei panni dell’ex compagna di Cristiano Ronaldo o di Bradley Cooper — con quest’ultimo ha avuto la figlia Lea De Seine — la sua biografia professionale racconta invece di una donna capace di muoversi con disinvoltura tra settori merceologici opposti, dal beauty all’automotive, dalla lingerie al cinema d’azione -3-10.

I motori come linguaggio, non solo come scenografia

La specificità della presenza di Shayk sul palco dell‘Ariston risiede precisamente in questa trasversalità. A differenza di altre celebrità internazionali chiamate a impreziosire la kermesse, la modella russa porta con sé un corredo iconografico che dialoga con un’Italia specifica: quella del made in Italy meccanico, del Cavallino Rampante, delle eccellenze che incrociano sapere artigianale e visione globale. Lo shooting di Fiorano non fu un caso isolato; rientrava in una strategia più ampia della Ferrari, che già dal 2021 aveva deciso di espandere il proprio business nell’abbigliamento sotto la direzione creativa di Rocco Iannone, ex Armani -2-7. Shayk divenne, così, il volto di un’operazione culturale prima ancora che commerciale: dimostrare che una tuta da corsa può essere haute couture, che un casco può diventare accessorio glamour, che il rombo di un motore può armonizzarsi con lo scatto di una reflex.

La terza serata e il peso di un’eredità imprevista

L’annuncio social di Conti, con quel video in cui definisce Shayk “una delle donne più belle del mondo”, rischia di appiattire su un canone estetico una scelta che ha invece radici più profonde -6-10. La presenza della top model — classe 1986, quarant’anni compiuti a gennaio — sostituisce di fatto quella del comico Andrea Pucci, uscito di scena tra polemiche e retroscena che il Festival ha preferito metabolizzare in silenzio. Eppure, affidare la terza serata a una donna che ha fatto della versatilità il suo marchio di fabbrica, capace di passare dalle passerelle di Victoria‘s Secret alle piste di Fiorano con identica intensità, racconta di una regia che cerca non solo bellezza, ma anche spessore narrativo. La sua biografia — l’infanzia povera nella provincia sovietica, la resilienza dopo la perdita del padre, la scalata in un mondo spietato come quello della moda — non è materia da rotocalco, ma costituisce la trama di un’ascesa che ora la consegna alla ribalta italiana -3-5.

Un ponte tra il made in Italy e lo sguardo internazionale

Se il Festival di Sanremo rappresenta da sempre la cartina tornasole del costume nazionale, la scelta di Shayk aggiunge un tassello ulteriore: la volontà di parlare a un pubblico che non si accontenta più della soubrette o del semplice volto noto, ma cerca interpreti in grado di incarnare storie complesse. La sua recente campagna per Ermanno Scervino, con i giochi di trasparenze e quel denim trasformato in disegno, la ritrae in una dimensione intima e vissuta, lontana dai bagliori del red carpet -4-9. Sarà interessante osservare se, giovedì 26 febbraio, il palco dell’Ariston saprà restituire anche questa sfumatura, quella di una donna che ai motori ha prestato il volto molto prima che Sanremo la scoprisse come icona pop.

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