Il caso Nicole Minetti, la grazia “inversa” e le tre domande che restano senza risposta
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Redazione Interno
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La vicenda giudiziaria che ha coinvolto Nicole Minetti, ex consigliera regionale lombarda notoriamente legata a certi ambienti politici milanesi, conosce un nuovo capitolo – per certi versi paradossale – grazie alla concessione della grazia. Un provvedimento, quest’ultimo, che invece di chiudere una storia giudiziaria caratterizzata da due condanne penali (mai seguite da un solo giorno di detenzione effettiva), ha riaperto un dibattito destinato a rimanere privo di sintesi definitive. Se nel celebre film “La Grazia” di Paolo Sorrentino, interpretato da un ispirato Toni Servillo, il presidente della Repubblica appariva oltremodo cauto, quasi restio a firmare le procedure che la stessa figlia – valente giurista – curava con rigore, nel caso reale della Minetti si assiste a una sorta di “grazia inversa”. L’effetto, vale a dire la deteriore narrazione pubblica che ne è seguita, assomiglia infatti a una parodia distopica della pellicola: l’atto di clemenza, invece di placare le polemiche, le ha innescate con maggiore virulenza.
Le tre domande che l’inchiesta dovrà chiarire
Sul tavolo degli inquirenti – o almeno su quello di un approfondimento serio che non ceda alla semplice logica del sospetto – restano tre interrogativi concreti, e nessuno di essi ammette risposte vaghe. Primo: come è avvenuta esattamente l’adozione del bambino da parte della Minetti? La procedura, si sa, richiede accertamenti rigorosi sull’idoneità dei candidati, eppure in questo caso qualcuno ha sollevato dubbi sulla tempistica e sulle modalità. Secondo: quali sono le condizioni di salute del figlio adottivo, e – aspetto ancor più delicato – quali cure specifiche ha ricevuto dopo l’inserimento nel nucleo familiare? Terzo: che stile di vita, infine, ha mantenuto l’ex consigliera regionale dopo quelle due condanne penali che, a differenza di quanto avviene per comuni cittadini, non le hanno fatto scontare neppure un giorno di reclusione? Domande scomode, certo, ma necessarie per capire se i requisiti richiesti per ottenere la grazia fossero tutti presenti o se qualcuno li abbia, per così dire, adattati.
L’eterogenesi dei fini e l’uso improprio del caso Minetti
Accade, talvolta, che le azioni producano effetti diametralmente opposti a quelli sperati: gli antichi lo chiamavano eterogenesi dei fini, e il caso della grazia a Nicole Minetti ne offre una dimostrazione quasi didattica. Se lo scopo della campagna giornalistica scatenatasi nei giorni scorsi era quello di rispolverare i tempi del “bunga bunga” e delle cosiddette “cene eleganti” – con l’intento dichiarato di ostacolare qualcuno o forse di colpire reminiscenze politiche ormai logore – il risultato è stato paradossalmente un altro. L’uso sistematico delle notizie, piegato non alla ricerca della verità processuale ma alla costruzione di bersagli mediatici, ha finito per sollevare un polverone che investe trasversalmente chiunque abbia avuto un ruolo, anche solo formale, in quelle vicende. Non è un caso, del resto, che Piero Sansonetti – giornalista di area comunista che molti, me compreso, stimano per cultura, coerenza e professionalità – abbia parlato con lucidità di “giornalismo ad orologeria”. Un meccanismo preciso dove ogni ingranaggio scatta al momento giusto, non per informare, ma per suggerire nessi che forse non esistono.
La campagna che fallisce (e colpisce anche Mattarella)
C’è un ulteriore aspetto, spesso trascurato, che merita attenzione: la strumentalizzazione della vicenda ha prodotto danni collaterali imprevisti. Se l’obiettivo di certa narrazione era impedire qualcosa – magari la riabilitazione politica o sociale della Minetti – il fallimento appare clamoroso. Ma non solo: il tiro, allargandosi, ha finito per lambire persino le istituzioni. La grazia è un atto di clemenza che spetta al capo dello Stato, e l’aver dipinto questa concessione come un favore immeritato ha innescato critiche indirette verso chi quella firma l’ha apposta. Così, la stessa campagna che tentava di colpire vecchi bersagli (legati a Silvio Berlusconi e al suo mondo) si è trasformata in un boomerang, alimentando un’ostilità diffusa che investe anche il Quirinale. Un cortocircuito perfetto, dove l’accanimento terapeutico contro un’ex consigliera regionale diventa pretesto per delegittimare procedure ordinarie, previste dalla Costituzione, e per riaprire ferite giudiziarie che i tribunali avevano già richiuso – bene o male che fosse.




