Il segreto dei superanziani nel cervello: producono il doppio dei neuroni

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Il cervello di chi invecchia mantenendo una memoria ferrea e capacità cognitive invidiabili, insomma di coloro che vengono definiti “superanziani”, custodirebbe una vera e propria firma della resilienza. A suggerirlo è una ricerca pubblicata sulla rivista Nature e guidata dall’Università dell’Illinois a Chicago, la quale ha esaminato il tessuto cerebrale di individui deceduti, alcuni con una memoria eccezionale nonostante l’età avanzata. Lo studio, coordinato da Orly Lazarov e Jalees Rehman, si è concentrato sull’ippocampo, l’area del cervello cruciale per i processi di apprendimento e memorizzazione, scoprendo che in questi soggetti la produzione di nuovi neuroni, un fenomeno noto come neurogenesi, è doppia rispetto a quella dei coetanei sani ma con capacità mnemoniche nella media. Questo dato, emerso dall’analisi di campioni cerebrali di persone tra gli 80 e i 99 anni, getta nuova luce sui meccanismi che consentono a una parte della popolazione anziana di sfuggire al declino cognitivo.

Le fasi della neurogenesi nell’ippocampo

Per comprendere appieno la portata della scoperta, i ricercatori hanno distinto e quantificato diversi stadi di sviluppo dei neuroni all’interno dell’ippocampo. Hanno cercato, per così dire, le tracce di cellule staminali neurali, le più immature, poi dei neuroblasti, che rappresentano una fase intermedia di sviluppo, e infine dei neuroni immaturi, prossimi a diventare funzionanti. È stato così possibile confrontare la presenza di queste cellule in cinque gruppi di donatori: giovani adulti sani, anziani sani, superanziani, individui con declino cognitivo lieve e malati di Alzheimer. I superanziani, ovvero coloro che avevano ottant’anni e più ma una memoria paragonabile a quella di persone di trent’anni più giovani, hanno mostrato una quantità significativamente maggiore di neuroni immaturi, non solo rispetto agli altri anziani, ma persino rispetto ai giovani adulti presi in esame.

Il confronto con il declino cognitivo e l’Alzheimer

Il quadro che emerge dal confronto tra i diversi gruppi è particolarmente netto e fornisce indizi importanti anche sui meccanismi opposti, quelli legati alla neurodegenerazione. Nei cervelli di coloro che presentavano i primi segni di un declino cognitivo, la produzione di nuovi neuroni era minima, quasi assente. Nei pazienti con una diagnosi conclamata di Alzheimer, la neurogenesi nell’ippocampo risultava praticamente azzerata. I dati raccontano di una progressione: i superanziani avevano circa il doppio dei neuroni nuovi rispetto agli anziani sani e due volte e mezzo in più rispetto ai malati di Alzheimer. È interessante notare come nei cervelli dei malati di Alzheimer sia stata riscontrata una maggiore quantità di cellule staminali neurali, quasi fossero bloccate in una fase di standby e incapaci di maturare in neuroni funzionanti, un fenomeno che potrebbe aprire future strade per la ricerca terapeutica.

Le caratteristiche epigenetiche dei nuovi neuroni

Non si tratta solo di una questione di quantità, ma anche di qualità e di programmazione. Lo studio ha infatti evidenziato che i nuovi neuroni presenti nell’ippocampo dei superanziani possiedono caratteristiche genetiche ed epigenetiche peculiari. Questo significa che il loro corredo e, soprattutto, i meccanismi che regolano l’espressione dei geni in risposta a fattori ambientali e stile di vita, presentano delle differenze sostanziali. Questa firma epigenetica li renderebbe più resilienti, cioè più resistenti agli effetti dell’invecchiamento e agli insulti che possono portare al declino cognitivo. La ricerca, come spiega il primo autore Ahmed Disouky, dimostra che un cervello che invecchia non è inesorabilmente destinato a perdere le sue funzioni e che comprendere i meccanismi alla base di questa naturale resilienza è fondamentale. Lo stesso gruppo di ricerca intende ora approfondire il ruolo dei fattori ambientali e dello stile di vita, come l’alimentazione e l’esercizio fisico, che potrebbero interagire con questi processi e influenzare positivamente la neurogenesi in età avanzata.

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