Scoperto a Torino il meccanismo che spegne i neuroni durante la depressione

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Una ricerca condotta dal Neuroscience Institute Cavalieri Ottolenghi dell’Università di Torino ha portato alla luce un meccanismo cellulare inedito, responsabile della ridotta attività neuronale osservata in un’area cerebrale cruciale per la gestione dell’umore e della risposta allo stress. Lo studio, i cui dettagli sono stati pubblicati sulla rivista Scientific Reports, sposta il baricentro della ricerca dalle consolidate teorie sui deficit serotoninergici verso un malfunzionamento localizzato nella corteccia prefrontale mediale, aprendo a potenziali sviluppi terapeutici finora inesplorati. L’indagine, che si inserisce in un contesto dove l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che il 5% della popolazione adulta globale conviva con questo disturbo, mira a colmare i vuoti di conoscenza che spesso sono alla base dell’inefficacia degli attuali trattamenti.

Il fulcro della scoperta nell'attività nervosa

Analizzando modelli che manifestavano un comportamento assimilabile alla depressione in seguito a stress cronico, i ricercatori si sono concentrati sui neuroni piramidali situati nello strato 2/3 della corteccia prefrontale mediale. È emerso che queste cellule nervose, fondamentali per l’elaborazione delle informazioni, subiscono un’alterazione profonda della loro eccitabilità. In condizioni di stress prolungato, infatti, i neuroni mostrano una minore propensione ad attivarsi e, quando lo fanno, tendono a “affaticarsi” con una rapidità significativamente maggiore rispetto alla norma. Questo adattamento negativo, tecnicamente definito come un adattamento della frequenza di scarica più marcato, si traduce in una sostanziale diminuzione della loro attività complessiva, come se un interruttore venisse progressivamente spento.

Le implicazioni di un cervello che si disattiva

La conseguenza diretta di questo meccanismo, che i ricercatori torinesi sono riusciti a delineare con precisione, è una sorta di disattivazione funzionale di una regione cerebrale chiave. La corteccia prefrontale mediale, la cui integrità è indispensabile per il controllo emotivo e la capacità di reagire alle pressioni ambientali, vede così compromessa la sua ordinaria operatività. Il fatto che i neuroni diventino meno eccitabili e dimostrino una forma di affaticamento precoce fornisce per la prima volta una spiegazione biologica a livello cellulare per quell’appiattimento e quella difficoltà di risposta che caratterizzano lo stato depressivo. Si delinea, in altre parole, il quadro di un’intera area del cervello che, sotto stress, riduce la sua capacità di comunicazione interna.

Oltre i neurotrasmettitori: una nuova prospettiva

Questa scoperta rappresenta una svolta significativa perché va oltre il tradizionale approccio che ha dominato per decenni la farmacologia della depressione, incentrato quasi esclusivamente sul riequilibrio di neurotrasmettitori come la serotonina. Aver identificato un deficit intrinseco nell’attività nervosa di una regione specifica offre un bersaglio completamente nuovo per la ricerca farmacologica. Se fino a oggi le terapie hanno spesso agito in modo aspecifico su tutto il cervello, la possibilità di intervenire per ripristinare l’eccitabilità neuronale in una zona precisa come la corteccia prefrontale mediale apre la strada a strategie terapeutiche più mirate e, si spera, più efficaci.

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