Lavitola, la strategia per uscire di cella: “Non volevo fare male”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La memoria che gli avvocati Sergio e Arturo Cola presenteranno al Tribunale del Riesame – l'udienza non è stata ancora fissata – punta ad alleggerire la misura cautelare di Valter Lavitola, che ha confessato di essere il mandante dell'attentato a Sigfrido Ranucci, il conduttore di Report. L'obiettivo dichiarato dalla difesa è ottenere gli arresti domiciliari, facendo leva su un presunto stato depressivo e sulla mancanza di pericolosità sociale, elementi che, secondo il piano difensivo, potrebbero inficiare la necessità della custodia cautelare in carcere.

Lavitola, che si trova a Rebibbia dallo scorso 10 agosto, ha già scritto una lettera alla compagna italo-argentina in cui descrive il suo stato d'animo, parlando di un'attesa impotente e definendosi "non lucidissimo", pur ammettendo di stare bene fisicamente, e chiedendo di poter lavorare, sebbene per chi è in custodia cautelare questa possibilità sia di fatto preclusa.

La confessione parziale e il movente "inverosimile"

Il cuore della strategia difensiva ruota attorno alla confessione resa durante l'interrogatorio di garanzia, quando Lavitola ha ammesso di essere il mandante dell'attentato dinamitardo del 16 ottobre 2025 a Pomezia. Tuttavia, ha sempre negato di conoscere le modalità esecutive e di aver effettuato un sopralluogo, circostanze che hanno portato il giudice a definire la sua ricostruzione "inverosimile" e "fumosa".

Il movente addotto, ovvero l'intenzione di proteggere l'amico Ranucci per fargli aumentare il livello di scorta, che sarebbe passata da due a otto agenti, è stato giudicato dagli inquirenti come un tentativo di mascherare un disegno ben più calcolato. La Procura, coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi, contesta anche l'aggravante del metodo mafioso, ritenendo che l'azione sia stata strutturata con modalità tipiche della criminalità organizzata.

L'ombra del progetto politico e l'articolazione dell'organizzazione

Secondo il Gip Iole Moricca, l'attentato sarebbe stato commissionato per accrescere la popolarità di Ranucci in vista di un suo ingresso in politica, un progetto che Lavitola avrebbe caldeggiato e per il quale avrebbe addirittura commissionato sondaggi, parlando di finanziatori misteriosi che avrebbero coperto le spese.

L'inchiesta ha disegnato una gerarchia ben precisa: Lavitola, al vertice, avrebbe incaricato Gomes Clesio Tavares, cittadino camerunense attualmente latitante in Camerun, di fare da tramite con la manovalanza, composta da quattro avellinesi (Antonio Passariello, Pellegrino D'Avino, Saverio Mutone e Marika De Filippis) che avrebbero materialmente confezionato e piazzato l'ordigno.

La catena di comando emerge anche dalle intercettazioni, in cui gli esecutori si riferivano a Lavitola con l'appellativo di "Dottore", dimostrando di conoscere il ruolo del committente.

L'imminente svolta e le reazioni in cella

Mentre la difesa di Lavitola tenta di ricucire lo strappo con una nuova strategia processuale che potrebbe portarlo a chiarire ulteriori punti davanti al Riesame, l'inchiesta si avvia verso un possibile scossone. Il silenzio degli esecutori materiali, che finora si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, sta per essere rotto: i quattro avellinesi hanno formalizzato richiesta di interrogatorio al pm, intenzionati a fornire la loro versione dei fatti.

Le loro reazioni in carcere, dopo aver appreso della versione di Lavitola, sono state eloquenti: tra le mura del penitenziario, gli esecutori hanno commentato la mossa del presunto mandante definendola "furba", esultando per la linea difensiva che attribuisce l'attentato a un gesto di amicizia, scagionando di fatto i ruoli subalterni. Un elemento che potrebbe rivelarsi cruciale, così come l'audizione di Sigfrido Ranucci, il quale, pur non indagato, dovrà chiarire alcuni passaggi controversi emersi dalle intercettazioni e i suoi legami con Lavitola.

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