Lavitola al Riesame: “Mandato in bianco a Gomes, ma senza fare male a nessuno”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Valter Lavitola ha chiesto al Tribunale del Riesame di Roma la scarcerazione o, in subordine, i domiciliari in Basilicata, sostenendo di aver dato a Clesio Gomes Tavares un “mandato in bianco” ma senza l’intenzione che qualcuno si facesse male. In carcere dal 10 agosto come presunto mandante dell’attentato dinamitardo contro Sigfrido Ranucci, Lavitola ha partecipato all’udienza in videocollegamento da Rebibbia. Davanti ai giudici ha anche spiegato il senso che attribuiva al rapporto con Ranucci, sostenendo che quell’amicizia rappresentasse per lui una possibilità di “riscatto sociale” e di recupero della propria reputazione.

Lavitola al Riesame e la richiesta dei domiciliari in Basilicata

L’udienza davanti al Riesame è durata tre ore ed è stata accompagnata da una memoria difensiva di 72 pagine. La linea esposta da Lavitola prova a spostare una parte rilevante del peso della vicenda su Clesio Gomes Tavares, indicato come destinatario di un incarico non definito nei dettagli. Lavitola ha parlato di un “mandato in bianco per Gomes”, precisando però che, secondo la sua versione, l’azione non avrebbe dovuto provocare danni alle persone. È in questo quadro che la difesa ha chiesto la liberazione dal carcere oppure, come soluzione subordinata, il trasferimento agli arresti domiciliari in Basilicata.

Il passaggio centrale della sua ricostruzione riguarda anche il rapporto con Sigfrido Ranucci. “Grazie all’amicizia con Ranucci mi volevo ricostruire non dico una verginità, che era impossibile. Ma una reputazione”, ha spiegato ai giudici in teleconferenza. Lavitola ha descritto quindi quell’amicizia come uno strumento per tentare di riabilitare la propria figura, parlando esplicitamente di “riscatto sociale”. Nella versione riferita ai magistrati, la vicinanza a Ranucci avrebbe potuto incidere sulla percezione pubblica di un uomo passato da anni di relazioni con ambienti di potere al carcere e, successivamente, al ritorno a Roma come ristoratore.

Il rapporto con Ranucci e la versione sull’attentato

La ricostruzione presentata al Riesame si inserisce nelle dichiarazioni già attribuite a Lavitola sull’attentato dinamitardo davanti alla casa di Sigfrido Ranucci. Nel materiale fornito, Lavitola viene indicato come reo confesso quale mandante della bomba piazzata il 16 ottobre dell’anno precedente e viene riportata una versione secondo cui avrebbe voluto “proteggere Ranucci”. La spiegazione si accompagna all’affermazione di voler recuperare una reputazione attraverso quel rapporto personale. Il punto che emerge è quindi la sovrapposizione tra la giustificazione dell’azione, il ruolo attribuito a Gomes e il valore che Lavitola sostiene di aver assegnato all’amicizia con il giornalista.

Nel racconto compaiono anche riferimenti a una presunta volontà di proteggere Ranucci dal Mossad, elemento presentato come parte delle spiegazioni offerte da Lavitola. La stessa vicenda viene descritta attraverso versioni che ruotano attorno alla motivazione dell’attentato e alla finalità che l’ex direttore dell’Avanti attribuisce alle proprie iniziative. Parallelamente, resta al centro la richiesta rivolta al Riesame, chiamato a valutare la permanenza in carcere oppure l’eventuale concessione dei domiciliari in Basilicata. La memoria difensiva e le dichiarazioni rese in videocollegamento costituiscono il nucleo della strategia con cui Lavitola prova a ridimensionare la propria responsabilità diretta nell’esecuzione materiale.

Vespa punge Ranucci sulle cene con Lavitola

Mentre Lavitola esponeva la propria versione davanti ai giudici, nel materiale fornito emerge anche un intervento di Bruno Vespa rivolto a Sigfrido Ranucci. Vespa ha richiamato le cene tra Ranucci e Lavitola con una frase polemica: “Se quelle cene con Lavitola le avessi fatte io...”. Il riferimento introduce un ulteriore elemento nel racconto della vicenda, perché riporta l’attenzione sulla natura e sulla percezione pubblica dei rapporti tra il giornalista e Lavitola. Proprio quel legame, secondo quanto dichiarato dallo stesso Lavitola, avrebbe avuto per lui un valore personale preciso: recuperare credibilità e ottenere quel “riscatto sociale” evocato durante l’udienza.

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