Attentato a Ranucci, gli esecutori smentiscono Lavitola: «Tavares chiese la bomba. Ci hanno dato 3mila euro»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Pellegrino D'Avino e Antonio Passariello, due dei quattro presunti esecutori materiali dell'attentato dinamitardo che lo scorso 16 ottobre ha colpito la casa del giornalista Sigfrido Ranucci a Pomezia, hanno scelto di parlare. Dopo aver trascorso oltre nove ore in totale nel carcere romano di Rebibbia per l'interrogatorio davanti ai pm, i due indagati hanno rotto il silenzio e reso la loro versione dei fatti, smentendo in maniera categorica quanto dichiarato dal presunto mandante, Valter Lavitola.

Attraverso i loro legali, gli avvocati Generoso Pagliarulo e Antonio Falconieri, hanno ribadito di non aver mai conosciuto né il giornalista né l'ex editore, e di aver avuto rapporti esclusivamente con Gomes Clesio Tavares, il factotum di Lavitola che avrebbe fatto da intermediario nella vicenda. Le loro dichiarazioni sembrano gettare nuova luce sulla dinamica dell'incarico e sull'effettiva natura del mandato ricevuto, allontanandosi nettamente dalla tesi della "messa in scena" a fin di bene sostenuta da Lavitola.

La versione degli esecutori: «Un mandato preciso e un compenso»

Nel corso dell'interrogatorio, che rappresentava un momento cruciale per l'inchiesta coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, D'Avino e Passariello hanno fornito dettagli che ridimensionano la strategia difensiva dell'imprenditore. Contrariamente a quanto sostenuto da Valter Lavitola, il quale aveva ammesso l'11 agosto scorso di essere il mandante ma di aver ordinato solo un'azione dimostrativa a salve per aumentare la scorta di Ranucci, i due esecutori hanno parlato di un piano ben diverso.

Secondo quanto riferito dai loro difensori, gli indagati hanno confermato che Tavares, attualmente rintracciato in Camerun e destinatario di un mandato di arresto, avrebbe specificamente chiesto loro di posizionare un ordigno esplosivo e di farlo esplodere. A riprova della serietà dell'incarico, avrebbero anche dichiarato di aver ricevuto per questo un compenso di circa 3.000 euro.

I due presunti esecutori hanno pertanto ribadito che l'obiettivo dell'operazione non era una semplice messinscena innocua, come invece sostenuto da Lavitola, ma un attentato reale, volto a creare danni e, potenzialmente, a generare un forte impatto mediatico.

La difesa punta sull'aggravante mafiosa

Al di là delle divergenze sull'entità del mandato, un altro punto centrale dell'interrogatorio è stato quello dell'aggravante del metodo mafioso, contestata dalla procura ai quattro esecutori, tre dei quali attualmente in carcere e uno ai domiciliari. Le dichiarazioni di D'Avino e Passariello, secondo i loro avvocati, rappresentano un tassello fondamentale per tentare di far cadere questa specifica accusa.

La difesa sostiene che gli elementi raccolti non siano sufficienti a configurare la gravità del reato previsto dal 416-bis, e che l'interrogatorio odierno possa fornire ai magistrati gli elementi per una rivalutazione della posizione dei loro assistiti. "Riteniamo che non ci sia l'aggravante mafiosa, ma che già da tempo sia caduta", ha dichiarato l'avvocato Pagliarulo prima di entrare in carcere, aggiungendo che i suoi assistiti "non dovrebbero stare in carcere a prescindere".

In questo senso, gli interrogatori di oggi potrebbero aprire la strada a una richiesta di attenuazione o revoca della misura cautelare, con il rito abbreviato che rimane una possibilità concreta per il futuro della difesa.

Ranucci e l'inchiesta: le prossime tappe

Mentre la posizione degli esecutori materiali inizia a delinearsi, la procura di Roma continua a lavorare per ricostruire l'intera catena di comando che ha portato all'attentato del 16 ottobre 2025, che distrusse le due auto parcheggiate davanti all'abitazione di Ranucci a Campo Ascolano. Il conduttore di Report ha subito un attentato che, per la sua violenza, avrebbe potuto avere conseguenze ben più gravi.

Con l'interrogatorio di D'Avino e Passariello, si aggiunge un altro tassello alla complessa vicenda che vede coinvolti quattro esecutori, un intermediario fuggito all'estero e un presunto mandante che, sebbene abbia confessato, ora vede la sua versione dei fatti pesantemente scalfita dalle parole di chi materialmente mise l'esplosivo. Il 7 settembre è intanto attesa l'udienza davanti al Riesame per Valter Lavitola, un'occasione per fare ulteriore chiarezza in un quadro probatorio che si fa via via più articolato e definito.

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