Attentato a Ranucci, al via le analisi su pc e cellulare di Lavitola. Tavares: "Voglio tornare"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Si prospetta un’estate di indagini serrate per gli inquirenti impegnati a fare luce sul movente e sulla rete di complici dell’attentato che, lo scorso ottobre, ha visto come bersaglio il conduttore di Report, Sigfrido Ranucci. Mentre il clima politico e mediatico attorno alla vicenda si surriscalda, con pressioni crescenti affinché il giornalista venga sospeso dalla conduzione del programma, l’inchiesta della Procura di Roma procede su due binari principali.

Da un lato, l’analisi approfondita dei dispositivi elettronici di Valter Lavitola, il faccendiere che ha confessato di essere il mandante dell’azione dinamitarda; dall’altro, il tentativo di ricondurre in Italia il suo factotum, Clesio Gomes Tavares, attualmente latitante e considerato dagli investigatori il mediatore tra l’ex editore e la banda degli esecutori materiali.

Al vaglio della procura i supporti informatici del mandante

Dopo la confessione resa durante l'interrogatorio di garanzia nel carcere di Rebibbia, una confessione che è durata oltre cinque ore e con la quale Lavitola ha ammesso di aver organizzato l'attentato per far innalzare il livello della scorta dell'amico giornalista, la procura della Repubblica ha disposto nuove e più accurate verifiche tecniche.

Gli investigatori stanno ora mettendo al setaccio i computer, i telefoni cellulari e le pen drive sequestrati a Lavitola, con l’obiettivo di ricostruire ogni dettaglio della trama, dalle comunicazioni con gli esecutori materiali ai possibili legami con un più ampio disegno politico che si sarebbe proposto di lanciare Ranucci verso Palazzo Chigi.

Le analisi si prospettano complesse e si protrarranno presumibilmente per diverse settimane, tanto che una possibile convocazione di Sigfrido Ranucci, come persona informata sui fatti, potrebbe slittare addirittura al mese di settembre.

Lavitola in cella e la strategia difensiva

Nonostante le parole dell’ex imprenditore, che continua a negare un movente politico e ribadisce di aver agito per tutelare l’incolumità dell’amico, il giudice per le indagini preliminari ha respinto la richiesta di arresti domiciliari presentata dai suoi legali. Lavitola resta quindi rinchiuso a Rebibbia, apparentemente sereno e silenzioso secondo le fonti carcerarie, mentre la sua difesa starebbe studiando un nuovo ricorso al Tribunale del Riesame, che potrebbe chiedere un ulteriore interrogatorio.

Parallelamente, la strategia difensiva potrebbe anche prevedere un tentativo di scaricare parte delle responsabilità sul latitante Tavares. Un’ipotesi, questa, che lo stesso Tavares ha categoricamente respinto in una recente intervista rilasciata al Tg1 da una località africana: "È quello che dite voi, io non sono sicuro, io non ci credo" ha dichiarato, dimostrandosi al tempo stesso fedele al suo mentore.

Tavares sfida la giustizia: "Voglio tornare"

Proprio Gomes Tavares, cittadino camerunense e dipendente del ristorante di Lavitola, è al centro dell’altra grande direttrice investigativa. Nei prossimi giorni, la Procura di Roma formalizzerà la richiesta di estradizione nei suoi confronti, nonostante l’uomo abbia annunciato pubblicamente la sua intenzione di rientrare volontariamente in Italia. "Pure se tutti mi dicono di no però io sono testardo. Dicono che all'aeroporto mi prendono però io sono testardo.

E voglio tornare" ha dichiarato Tavares, sfidando di fatto l'ordinanza di custodia cautelare che lo attende al suo arrivo. Il suo ruolo, secondo la ricostruzione degli inquirenti, sarebbe stato determinante: avrebbe fatto da tramite tra Lavitola e il gruppo di esecutori, guidato da Pellegrino D'Avino, che la notte del 16 ottobre 2025 fece esplodere un ordigno davanti alla villa di Ranucci a Pomezia.

A confermare il suo coinvolgimento, ci sarebbero sia un sopralluogo nella zona effettuato insieme a Lavitola un mese prima dell’attentato, sia i messaggi scambiati subito dopo l'esplosione.

Il nodo politico e le pressioni sul conduttore

Mentre le indagini giudiziarie si concentrano sugli aspetti tecnici e sulla ricostruzione della dinamica, attorno alla figura di Ranucci si è acceso un vivace dibattito politico che ha investito direttamente la Rai. Diverse forze politiche di centrodestra, tra cui il vicepremier Matteo Salvini e il senatore Maurizio Gasparri, hanno chiesto la sospensione del conduttore da Report, sostenendo che la sua posizione sarebbe divenuta insostenibile alla luce della confessione di Lavitola e delle ombre sulla loro amicizia.

Una richiesta che trova una sponda anche in altre forze parlamentari, alimentando un fronte trasversale di pressione mediatica. Dall'altro lato, l'europarlamentare del Partito Democratico, Sandro Ruotolo, ha invece annunciato di aver scritto alla Commissione Europea denunciando quelle che definisce come "pressioni politiche" per allontanare il giornalista dal servizio pubblico.

La Rai, dal canto suo, si trova a gestire un caso complesso che intreccia aspetti giudiziari, etici e di immagine, con il futuro della trasmissione di punta di Rai3 che resta al centro del dibattito, mentre si attendono le valutazioni del Comitato Etico aziendale in vista della ripresa della stagione televisiva.

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