Attentato Ranucci, i bombaroli smentiscono Lavitola: «Tavares ci chiese la bomba, 3mila euro per una messinscena»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Pellegrino D'Avino e Antonio Passariello, due dei quattro presunti esecutori materiali dell'attentato andato in scena lo scorso 16 ottobre sotto l'abitazione del conduttore di Report Sigfrido Ranucci, hanno scelto di parlare. E le loro parole, filtrate al termine di un interrogatorio di circa dieci ore svoltosi nel carcere di Rebibbia, rischiano di scardinare la versione dei fatti fornita finora da Valter Lavitola, l'ex editore che ha ammesso di essere il mandante dell'operazione.

La tesi emersa durante il lungo confronto con i magistrati della procura di Roma, coordinati dal procuratore Francesco Lo Voi, è che non ci fosse alcuna intenzione di ferire il giornalista: il mandato, impartito dall'intermediario Gomes Clesio Tavares, era quello di costruire una messinscena, pagata 3mila euro, che nessuno si sarebbe dovuto fare del male.

La versione di Lavitola: colpi di pistola a salve

Per comprendere appieno la portata delle dichiarazioni rese da D'Avino e Passariello, è necessario ricordare cosa aveva sostenuto Lavitola durante l'interrogatorio di garanzia dello scorso 12 agosto. Davanti al gip Iole Moricca, il faccendiere aveva ammesso la propria responsabilità nell'organizzazione dell'attentato, ma aveva cercato di ridimensionare drasticamente la pericolosità dell'azione. Secondo la sua ricostruzione, avrebbe semplicemente suggerito a Tavares di sparare tre o quattro proiettili contro il muretto di cinta della villa del conduttore, niente di più.

Nessuna bomba, insomma, ma un gesto dimostrativo. Lavitola, peraltro, aveva giustificato il folle piano con la volontà di aumentare i livelli di sicurezza di Ranucci, che secondo lui sarebbe stato esposto a pericoli ben più gravi, arrivando a citare presunti piani dell'intelligence israeliana senza però fornire alcun riscontro concreto. Una giustificazione che, come scritto nell'ordinanza di custodia cautelare, non ha convinto il gip, che anzi ha parlato di affermazioni "fumose, assolutamente generiche e prive di qualsivoglia indicazione concreta".

La messinscena da 3mila euro

A smontare pezzo per pezzo la difesa di Lavitola ci hanno pensato, ieri, i due presunti esecutori. Dopo oltre nove ore di interrogatorio, D'Avino e Passariello hanno raccontato una storia molto diversa, restituendo un quadro che coincide in parte con le risultanze investigative già acquisite. Secondo quanto riferito dai loro legali, gli avvocati Generoso Pagliarulo e Antonio Falconieri, i due indagati hanno confermato di avere avuto contatti esclusivamente con Tavares, l'uomo che avrebbe fatto da tramite con Lavitola.

Il mediatore, dipendente del ristorante di Lavitola e suo socio in affari in Africa, sarebbe stato l'unico referente della vicenda, tanto che i due hanno dichiarato di non aver mai conosciuto personalmente Lavitola, né tantomeno Ranucci. La richiesta, stando al loro racconto, non prevedeva l'uso di una pistola ma il posizionamento di un ordigno esplosivo. Il mandato preciso, consegnato da Tavares al gruppo di avellinesi, era di piazzare la bomba e farla esplodere.

Niente proiettili, quindi, ma un'esplosione dimostrativa, "nu' cinema" pagato circa 3mila euro da dividere tra i componenti del commando, con l'obiettivo di non arrecare danno a nessuno.

Le contraddizioni e l'aggravante mafiosa

La distanza tra le due versioni è evidente e getta nuova luce sul complesso intreccio giudiziario. L'interrogatorio di D'Avino e Passariello, che hanno risposto a tutte le domande dei pubblici ministeri senza avvalersi della facoltà di non rispondere, è stato definito dai difensori come un momento cruciale per la valutazione della posizione dei loro assistiti. La loro strategia difensiva, infatti, punta a chiarire i contorni del mandato ricevuto per tentare di scardinare l'aggravante del metodo mafioso, contestata dalla procura.

Se l'obiettivo era una messinscena senza vittime, il nesso con le logiche della criminalità organizzata potrebbe risultare meno solido, aprendo la strada a un possibile attenuazione delle misure cautelari. Al centro di tutto, quindi, resta la figura di Clesio Gomes Tavares, attualmente in Africa ma che ha ripetutamente dichiarato di voler tornare in Italia per chiarire la propria posizione, che è considerato il braccio operativo e l'anello di congiunzione tra la mente del piano e la sua esecuzione materiale.

Con le parole dei due bombaroli, Lavitola si trova ora di fronte a una smentita che rischia di indebolire la sua linea difensiva, in attesa che venga ascoltato nuovamente dai magistrati il prossimo 7 settembre.

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