Trump indeciso tra trattare con l'Iran e la guerra totale

Trump indeciso tra trattare con l'Iran e la guerra totale
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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La ripresa dei combattimenti tra Stati Uniti e Iran, giunta ormai al decimo giorno, ha riportato Donald Trump davanti a un crocevia che potrebbe definire l'intero secondo mandato presidenziale. Secondo quanto riportato da Axios, il tycoon si trova a dover scegliere tra due strade radicalmente opposte: tornare a un tavolo negoziale per cercare una soluzione diplomatica, oppure ordinare un'intensificazione dei raid militari nella speranza di infliggere un colpo definitivo al regime guidato da Mojtaba Khamenei.

Questa indecisione, che trapela da fonti vicine alla Casa Bianca, arriva in un momento di massima tensione, con l'Iran che ha già messo in atto contromisure sul terreno e sul fronte strategico.

La mossa iraniana sullo Stretto di Hormuz

La risposta di Teheran alle ostilità americane si è concretizzata in una mossa che ha immediatamente fatto tremare i mercati petroliferi mondiali. L'Iran, attraverso una fonte militare citata dall'agenzia di stampa Fars, ha annunciato che non rilascerà più permessi di transito per le navi attraverso lo Stretto di Hormuz fino a quando gli Stati Uniti non cesseranno le loro azioni ostili. Questa decisione rappresenta un'escalation significativa, considerando che lo Stretto di Hormuz è uno dei punti di transito più critici per il petrolio globale.

Solo dieci giorni fa, il 12 luglio, l'Autorità iraniana per lo Stretto del Golfo Persico aveva lasciato intendere una possibile apertura, dichiarando che avrebbe preso in considerazione le richieste di transito non appena la situazione si fosse stabilizzata. Il blocco odierno capovolge quella prospettiva, trasformando lo Stretto in un'arma di pressione diplomatica e militare.

Bombardamenti e centrifughe: la guerra sotterranea

Sul fronte interno, gli Stati Uniti non hanno mostrato segni di cedimento. I bombardamenti sul territorio iraniano continuano senza sosta, e secondo le ultime ricostruzioni, il regime di Teheran avrebbe avviato un'operazione imponente per mettere in salvo il proprio programma nucleare. Migliaia di centrifughe vengono spostate sotto le catene montuose, in strutture sotterranee che dovrebbero garantire la continuità delle attività di arricchimento anche in caso di attacchi prolungati.

La scelta di nascondere l'apparato nucleare tra le montagne suggerisce che l'Iran si stia preparando a un conflitto lungo, o quantomeno a una fase di pressione militare che potrebbe estendersi per settimane, come del resto lo stesso Trump avrebbe fatto intendere ai suoi collaboratori. L'idea che questa seconda ondata di attacchi possa durare "qualche settimana" è un'indicazione precisa sulla percezione della durata del conflitto che aleggia nei corridoi del Pentagono.

La minaccia Houthi e il Mar Rosso

A complicare ulteriormente il quadro strategico non c'è solo la chiusura di Hormuz, ma anche l'aggravarsi della crisi nel Mar Rosso. La milizia yemenita Houthi, storicamente alleata dell'Iran, ha imposto di fatto un blocco navale sul piccolo passaggio, che rappresenta una via alternativa fondamentale per il trasporto dell'oro nero. L'azione degli Houthi aggrava la tensione su due fronti distinti ma collegati, costringendo gli Stati Uniti a gestire una crisi multipla che coinvolge sia il Golfo Persico che le rotte del Mar Rosso.

Questa interdipendenza tra i teatri operativi rende la decisione di Trump ancora più complessa: un'eventuale trattativa con Teheran dovrebbe tenere conto anche degli equilibri con gli attori non statali come gli Houthi, che hanno dimostrato di poter influenzare direttamente le dinamiche del commercio globale.

La spinta di Netanyahu e la questione nucleare

Nel frattempo, il premier israeliano Benjamin Netanyahu continua a esercitare pressioni affinché la guerra venga portata avanti fino a una conclusione definitiva. Secondo fonti vicine al governo israeliano, la minaccia nucleare iraniana non è stata ancora eliminata nonostante i danni subiti, e proprio questo rappresenterebbe il principale argomento di Netanyahu per spingere Trump verso la scelta della guerra totale.

Israele vede nel programma nucleare iraniano una minaccia esistenziale, e la possibilità di un accordo diplomatico che lasci intatte alcune capacità di arricchimento appare inaccettabile agli occhi del governo di Gerusalemme. La tensione tra la prudenza americana e la determinazione israeliana aggiunge un ulteriore strato di complessità alla decisione finale del presidente, che si trova a dover bilanciare le esigenze dell'alleato storico con la volontà di non impantanarsi in un conflitto mediorientale dai confini incerti.

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