Il gruppo “Gioventù fascista rosetana” pianificava raid contro immigrati e rom: quattro arresti tra Teramo e Pesaro
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Redazione Interno
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Un’operazione condotta all’alba dai carabinieri del Nucleo investigativo del Comando provinciale di Teramo, supportati da unità cinofile e da un elicottero del Nucleo Elicotteri di Pescara, ha portato allo smantellamento di una cellula di estrema destra operante tra l’Abruzzo e le Marche, con epicentro a Roseto degli Abruzzi. Le misure cautelari, richieste dalla procura di Teramo – il pubblico ministero Enrica Medori ha coordinato gli accertamenti – e firmate dal gip, hanno stretto il cerchio su otto persone: per uno di loro, ritenuto dagli investigatori la figura di vertice del sodalizio, si sono aperte le porte del carcere di Castrogno, mentre tre indagati sono finiti agli arresti domiciliari e per altri quattro è scattato l’obbligo di dimora con l’obbligo di firma. Diciassette, in totale, i soggetti iscritti nel registro degli indagati a vario Titolo, con accuse che spaziano dall’istigazione a delinquere aggravata dalla discriminazione razziale, alle lesioni personali, dalla resistenza a pubblico ufficiale fino al porto abusivo di armi e alla violazione del Daspo.
Dalla curva del palazzetto alle spedizioni notturne: l’evoluzione dell’inchiesta
Il filo che ha permesso agli inquirenti di dipanare la matassa è partito da un episodio di violenza legata al tifo sportivo, quello scoppiato l’8 ottobre 2025 al termine dell’incontro di basket tra Roseto e Pesaro, valido per il campionato di Serie A2. In quell’occasione, un gruppo di ultras dal volto coperto non si limitò a scontri verbali o a tafferugli di routine: spranghe, mazze e pietre erano state nascoste nei dintorni del palazzetto e utilizzate con determinazione per assaltare tre gazzelle dell’Arma in servizio di ordine pubblico. Un’auto della stazione di Cellino Attanasio venne presa d’assalto in particolare, con il lunotto posteriore sfondato mentre i militari si trovavano ancora all’interno dell’abitacolo, un gesto che andava oltre la classica intemperanza da dopo-partita e che ha insospettito gli investigatori. Analizzando i dispositivi cellulari sequestrati ai partecipanti di quell’agguato, i carabinieri hanno aperto uno squarcio su una realtà ben più strutturata e inquietante, scoprendo l’esistenza di una chat chiamata “Roseto Youth” o “Youth rosetana”, all’interno della quale i membri si auto-definivano “Gioventù fascista rosetana” e facevano riferimento a un movimento più ampio, denominato “Il Duce”.
Cinque assalti al centro di accoglienza e il pestaggio dei bengalesi
L’analisi del materiale informatico e delle conversazioni ha rivelato una pianificazione metodica di azioni violente, non più confinate al contesto sportivo ma proiettate verso obiettivi precisi dettati dall’odio razziale. Gli indagati, come emerso dalle indagini e confermato dal colonnello Massimo Corradetti durante la conferenza stampa, avrebbero organizzato e compiuto almeno cinque incendi e sassaiole contro il Centro di accoglienza straordinaria (Cas) “Felicioni” di Roseto degli Abruzzi, con l’intento dichiarato di intimidire i richiedenti asilo lì ospitati. Un salto di qualità nella violenza si è registrato il 24 gennaio scorso, quando cinque degli indagati – in un gruppo che secondo testimoni e telecamere poteva arrivare a una ventina di partecipanti – hanno messo in atto una spedizione punitiva per le vie della città ai danni di alcuni cittadini di origine bengalese, colpendoli con bottiglie, cinture e oggetti contorti, un’aggressione per la quale oggi devono rispondere di lesioni personali aggravate dalla discriminazione razziale. Tra i materiali sequestrati nelle perquisizioni, infatti, non sono stati trovati solo telefoni e computer, ma anche striscioni inneggianti al fascismo, fotografie e gadget hitleriani, la prova di un substrato ideologico che trasformava la violenza in azione politica.
Un gruppo di incensurati con la passione per la violenza squadrista
Un aspetto che ha colpito gli inquirenti, e sul quale il comandante provinciale Corradetti ha voluto soffermarsi, riguarda il profilo anagrafico e sociale degli indagati: la maggior parte di loro, con età compresa tra i 20 e i 36 anni, era infatti incensurata prima di questi fatti e ruotava attorno al mondo della tifoseria organizzata della squadra di basket locale. Questo elemento, lungi dal ridimensionare la gravità delle condotte, delinea piuttosto il ritratto di una generazione di giovani apparentemente integrati nel tessuto sociale che, celandosi dietro l’anonimato di una curva e alimentandosi di retoriche neofasciste in chat, è passata dalla condivisione di immagini propagandistiche alla materiale esecuzione di raid punitivi. Le accuse per 14 dei 17 indagati includono l’istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa, un reato che la procura ha voluto contestare con forza proprio per sottolineare la matrice ideologica che accomuna gli episodi contestati, dalle scorribande notturne contro il Cas fino agli scontri con le forze dell’ordine, viste come un nemico da colpire in quanto simbolo di uno Stato ritenuto complice dell’immigrazione.




