Israele tiene i valichi chiusi, a Gaza gli aiuti per l'inverno non entrano

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Nonostante i fragili equilibri di una tregua, che sembra vacillare sotto il peso delle reciproche diffidenze, Israele mantiene una chiusura ermetica dei valichi di accesso verso Gaza, impedendo così l'ingresso del materiale umanitario, del quale si avverte un bisogno disperato per affrontare l'inverno ormai alle porte. Il freddo e le piogge, che stanno iniziando ad abbattersi sulla striscia, trovano gran parte della popolazione palestinese completamente priva di un rifugio adeguato e di protezioni termiche minime; una situazione, questa, che aggrava ulteriormente le già precarie condizioni di vita dopo i recenti conflitti. Nove agenzie umanitarie internazionali, le cui richieste sono state sistematicamente respinte, si sono viste negare l'autorizzazione per ventitré convogli che avrebbero trasportato quasi quattromila bancali di aiuti, i quali comprendono milioni di kit termici, tende, coperte e biancheria, tutti bloccati in Egitto, in Israele e in Giordania. Circa duecentosessantamila famiglie, quasi un milione e mezzo di persone, rimangono quindi senza un riparo sicuro, esposte agli elementi in un momento in cui le temperature cominciano a calare vistosamente.

Le dichiarazioni di Trump e le operazioni militari

Sul piano internazionale, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato che una forza per la stabilizzazione sarà dispiegata a Gaza "molto presto", senza peraltro specificare ulteriori dettagli operativi. Nel corso del medesimo intervento, ha reso noto l'adesione del Kazakistan agli Accordi di Abramo, quei patti di normalizzazione tra Israele e paesi a maggioranza musulmana, e ha riferito di una richiesta formale da parte dell'Iran per la rimozione delle sanzioni statunitensi. Parallelamente, l'esercito israeliano ha dichiarato di aver "completato una serie di attacchi" nel Libano meridionale, colpendo quelle che definisce infrastrutture terroristiche e depositi di armi appartenenti alla Forza Radwan, in un'escursione del conflitto oltre i confini di Gaza.

La situazione in Cisgiordania e la proposta Onu

In Cisgiordania, intanto, l'esercito israeliano ha ucciso due sedicenni palestinesi durante un'operazione notturna nel villaggio di al Judeira; le forze armate hanno giustificato l'azione affermando che i due giovani, identificati dal ministero della Salute palestinese, erano sospettati di aver lanciato bombe Molotov. A sostegno della propria versione dei fatti, l'esercito ha diffuso un filmato tratto dalle telecamere di sorveglianza in cui si scorgono due individimi lanciare un oggetto in fiamme oltre un muro. Sul fronte diplomatico, sono iniziati i negoziati alle Nazioni Unite per l'approvazione di una risoluzione, promossa dagli Stati Uniti, che prevede l'istituzione di una forza militare di stabilizzazione di ventimila unità, alla quale sarebbe conferito il mandato di utilizzare "tutte le misure necessarie".

L'appello del Papa e la chiusura dei valichi

Mentre i colloqui procedono, il Pontefice ha incontrato Abu Mazen e ha lanciato un accorato appello affinché si persegua con determinazione una soluzione negoziata che porti alla coesistenza di due Stati, auspicando che si possa scrivere la parola fine su un conflitto che continua a mietere vittime e a generare instabilità. La chiusura di due valichi fondamentali per gli aiuti, d'altro canto, viene confermata dalle autorità israeliane, con il ministro Katz che ha ribadito l'intenzione di "distruggere fino all'ultimo tunnel di Hamas", una strategia che, se da un lato mira a garantire la sicurezza, dall'altro continua a tenere in una morsa la popolazione civile di Gaza, lasciandola senza i beni di prima necessità.

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