Il “veleno quotidiano” secondo Berrino: croccante come una droga, pericoloso per il cuore

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Non è solo una questione di calorie o di grassi, quanto piuttosto di una dipendenza silenziosa, costruita a tavolino. L’epidemiologo Franco Berrino, che ha diretto a lungo il dipartimento di Medicina preventiva e predittiva all’Istituto nazionale dei Tumori di Milano, non usa mezzi termini nel definire il rapporto tra il pubblico e i prodotti industriali: parla di un meccanismo simile a quello delle sostanze stupefacenti. Questa sera, al Teatro Alessandrino, l’ex direttore (in pensione dal 2015) porterà in scena il suo ultimo lavoro, «Il nostro veleno quotidiano», un manuale edito da Solferino che l’autore stesso definisce uno strumento di “resistenza alimentare”. Un termine, “resistenza”, che calza a pennello per descrivere l’approccio di un uomo che ha passato una vita a studiare i tumori e che oggi invita a guardare con sospetto ciò che finisce nel carrello della spesa, avvertendo che l’apparente innocuità di certi snack è spesso un inganno.

L’allarme sulle dipendenze e i numeri della cardiologia

Berrino lancia un messaggio che risuona come un avvertimento clinico: “Il cibo industriale è davvero come una droga, attiva gli stessi circuiti cerebrali”. Con un’incisività chirurgica, l’esperto mette in guardia da un’insidia ulteriore, ovvero la difficoltà di distinguere il vero artigianale dall’industriale camuffato. A corroborare questa tesi non ci sono solo le sensazioni, ma anche i dati grezzi. Recentemente, uno studio internazionale presentato dall’American College of Cardiology ha quantificato il rischio: chi consuma regolarmente cibo ultraprocessato presenta una probabilità fino al 67% più alta di incorrere in eventi cardiovascolari gravi. Si tratta di numeri che trasformano un’abitudine apparentemente innocua in un fattore di rischio concreto, paragonabile ad altri nemici storici della salute pubblica.

La crociata contro il “grasso sbagliato”

Per decenni, ricordano Berrino e il collega Ennio Battista nel format “Crude Verità”, la guerra ai grassi è stata condotta seguendo un nemico preciso: il burro, sostituito con oli vegetali ritenuti “leggeri”. Una narrazione sostenuta a gran voce dalla pubblicità e, per un lungo periodo, accolta senza troppe resistenze anche in ambito medico. Ebbene, lo sguardo dell’epidemiologo sposta il tiro oggi su un fronte diverso. Non si tratta più solo di scegliere cosa evitare, ma di osservare le conseguenze di quelle sostituzioni. L’industria ha riempito gli scaffali di prodotti che, sotto un’etichetta di presunta salubrità, nascondono spesso processi infiammatori cronici. È una lettura che ribalta le certezze acquisite, suggerendo che forse, inseguendo un nemico, ne abbiamo accolto un altro, più silenzioso e subdolo, nelle nostre dispense.

Definizione e impatto degli alimenti ultra-processati

Cosa si intende esattamente quando si parla di “ultra-processato”? La definizione, spesso vaga, diventa precisa nella critica di Berrino. Si tratta di quei prodotti – basti pensare a merendine, carni lavorate o piatti pronti – che nella loro composizione includono sostanze estranee a una cucina domestica: emulsionanti, oli idrogenati, sciroppi di glucosio-fruttosio e additivi vari. A questi, l’industria aggiunge sale e zuccheri in quantità tali da rendere il prodotto “croccante, dolce, sapido al punto giusto”, una combinazione studiata per “sciogliersi in bocca ma non nella memoria”. Il risultato, spiegano gli studi, è un alimento povero di fibre e principi nutritivi essenziali, la cui frequenza sulla tavola rappresenta un lusso pericoloso per il sistema circolatorio. La “ricetta del buon vivere” proposta da Berrino non è quindi un’astinenza, ma una rieducazione del palato a ciò che è naturale, lontano dalle logiche della produzione su larga scala.

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