Xbox e il ritorno alle esclusive, la strategia “caso per caso” di Asha Sharma
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Redazione Scienza e Tecnologia
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A poco più di tre mesi dalla sua nomina a CEO di Xbox, avvenuta lo scorso febbraio dopo l’uscita di scena di Phil Spencer, Asha Sharma ha rotto il silenzio su uno dei nodi più spinosi per il futuro del marchio: quello delle esclusive first-party, un tema che negli ultimi anni aveva visto la casa di Redmond adottare una politica decisamente aperta verso la concorrenza.
Intervenendo durante un evento organizzato da Bloomberg, la dirigente – che ha ereditato una situazione complessa tra calo delle vendite hardware e la necessità di giustificare gli investimenti su Activision Blizzard – ha ribadito che per competere sul mercato non si può prescindere da un parco titoli esclusivi, pur nella consapevolezza di essere il secondo editore al mondo per dimensioni.
“Per essere una grande piattaforma – ha spiegato – devi offrire contenuti e servizi che non trovi altrove, e stiamo valutando la questione con molta attenzione”; un’affermazione che, sebbene ancora generica, ha segnato un primo scostamento dalla linea del recente passato, quando persino pilastri storici come Halo e Fable erano stati annunciati in arrivo su PS5.
La svolta annunciata allo showcase, tra Gear of War e nuovi giochi
Il messaggio di Sharma ha trovato una rapida concretizzazione durante l’Xbox Games Showcase di inizio giugno, l’evento clou per gli annunci estivi. In quell’occasione, l’azienda ha ufficializzato che due dei suoi titoli più attesi – Gears of War: E-Day (ambientato al momento della prima emergenza dei Locusti) e il rivoluzionario Clockwork Revolution degli sviluppatori di inXile – saranno esclusive console e, cosa ancora più rilevante, non si tratta di esclusive temporanee.
Una scelta netta che rappresenta una vera e propria inversione di rotta rispetto agli anni precedenti, quando l’ossessione per il增长 del Game Pass aveva spinto Microsoft a condividere le proprie produzioni con PlayStation e Nintendo Switch 2. Lo stesso chief content officer Matt Booty, intervenuto ai microfoni di Gamertag Radio, ha chiarito che l’obiettivo è ridare agli utenti una “ragione per comprare un Xbox”, un motivo per tornare a essere fan del marchio, ammettendo implicitamente che l’approccio ultra-multipiattaforma aveva finito per erodere l’identità della console.
Il futuro dei live service e i paletti posti da Booty
Tuttavia, la svolta non è priva di eccezioni strutturali, che Booty si è preoccupato di delineare con precisione per evitare fraintendimenti. Se per le avventure single-player o i giochi narrativi la valutazione sarà fatta “caso per caso” (decidendo cioè a tavolino, quando verrà annunciata la data di uscita, su quali schermi potranno approdare), lo stesso non varrà per i cosiddetti live service. I grandi multiplayer, i servizi a lunga scadenza che richiedono un bacino di utenti massiccio per sopravvivere, continueranno a essere pubblicati in modalità multipiattaforma, senza barriere.
Una distinzione che, da un lato, cerca di accontentare la fascia più calda della community (quella che chiedeva a gran voce esclusive per giustificare l’acquisto della Series X), ma dall’altro non rinnega del tutto la logica commerciale degli ultimi anni: titoli mastodontici che vivono di stagioni e battle pass non possono permettersi il lusso di chiudersi in un ecosistema ristretto, pena il collasso del loro modello di business.
Le promesse già fatte in precedenza, come l’arrivo di Fable o State of Decay 3 su altre piattaforme, verranno comunque mantenute, a testimonianza di una transizione che non vuole lasciare indietro i giocatori che avevano già messo gli occhi su quei giochi in catalogo.
La sfida all’attenzione dei giocatori e la pressione sull’hardware
Il contesto in cui Sharma si muove è quello di una lotta per la sopravvivenza non solo contro PlayStation o Nintendo, ma – come ha avuto modo di sottolineare la stessa CEO – contro la capacità di tenere alta l’attenzione di un pubblico sempre più frammentato. Con un calo delle vendite hardware che ha toccato percentuali a due cifre negli ultimi trimestri, Xbox ha bisogno di argomenti forti per continuare a giustificare l’esistenza di una scatola che, per un lungo periodo, era stata ridotta a un semplice terminale per il servizio in abbonamento.
Le dichiarazioni di Sharma segnano quindi un ritorno alle radici: la console come ecosistema chiuso, dove l’esperienza di gioco è pensata innanzitutto per chi sceglie il marchio verde. Resta da capire quanto questa nuova rigidità (almeno per le produzioni di punta) possa influire sul gigantesco parco di studi acquisiti in questi anni – da Bethesda ad Activision – e se titoli mastodontici come il prossimo Call of Duty subiranno lo stesso trattamento, anche se Booty ha lasciato intendere che per i colossi multiplayer le porte resteranno spalancate.
Per ora, la strategia è tracciata: esclusive dure per rilanciare la piattaforma, condivisione ragionata per tenere in vita i servizi.




