Legge elettorale, a Milano l'allarme degli esperti: «Parlamento svilito e garanzie a rischio»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   A pochi giorni dal voto finale alla Camera, previsto per l'8 ottobre, costituzionalisti, magistrati, giornalisti ed esponenti politici si sono riuniti alla Camera del Lavoro di Milano per analizzare le conseguenze della riforma elettorale in discussione. L'incontro, intitolato «Dalla parte della Costituzione», è stato promosso da Demo – La fondazione – Costituzione e Democrazia e Articolo 21, con l'obiettivo dichiarato di riportare al centro del dibattito i nodi istituzionali del provvedimento.

La denuncia dell'ex magistrato

«Se passa la legge elettorale, tutto dipenderà dal Presidente del Consiglio e il Parlamento sarà svilito». È l'affondo di Gherardo Colombo, ex pm di Mani Pulite, che ha partecipato all'evento milanese. Secondo il magistrato, il testo in discussione alla Camera non si limiterebbe a ridisegnare il sistema di voto, ma inciderebbe sugli equilibri costituzionali: «C'è una limitazione forte anche per la Corte Costituzionale e per la magistratura in generale – ha aggiunto – perché la legge, indirettamente ma fortemente, influisce sull'elezione di una parte della Corte Costituzionale e del Csm».

Un passaggio, questo, che secondo Colombo merita un esame approfondito sul piano della legittimità costituzionale.

I paradossi del premio di maggioranza

Il meccanismo del premio di maggioranza, fissato in 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, assegna il bonus alla lista o coalizione che raggiunge il 42% dei voti validi in entrambi i rami del Parlamento.

Tuttavia, le simulazioni condotte sui dati di recenti rilevazioni demografiche evidenziano scenari in cui il premio non garantisce la maggioranza: una coalizione al 40% potrebbe non raggiungere i 201 seggi necessari per controllare Montecitorio, mentre con il voto disperso una forza politica potrebbe attestarsi oltre il 57,5% dei seggi, fino a un massimo del 61,5% alla Camera e del 63% al Senato.

Il sistema, inoltre, presenta situazioni paradossali anche in caso di ballottaggio: due coalizioni distanziate di una frazione di punto percentuale, come 40,5% contro 40,4%, non si contenderebbero il premio al secondo turno, ma assisterebbero alla vittoria di una sull'altra per poche migliaia di voti.

La lettera dell'Anpi ai parlamentari

Sul fronte delle mobilitazioni, l'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia ha inviato una lettera a tutti i parlamentari per chiedere lo stop alla riforma. L'Anpi contesta in particolare il premio di maggioranza, che a giudizio dell'associazione mina la proporzionalità del sistema e la rappresentanza della volontà popolare. La posizione dei partigiani si inserisce in una mobilitazione che coinvolge anche il mondo accademico e associativo, con appelli che invitano a non modificare l'impianto costituzionale in materia elettorale.

Il percorso parlamentare e la fiducia

Il testo approvato dal Senato il 15 settembre è ora all'esame della commissione Affari Costituzionali della Camera, dove le opposizioni hanno depositato circa sessanta emendamenti. Le proposte di modifica riguardano l'introduzione delle preferenze libere, l'alternanza di genere e l'eliminazione della norma che ha portato a 6.000 firme per collegio per i partiti fuori dal Parlamento.

Il governo ha annunciato la questione di fiducia sul provvedimento, una scelta che la premier Giorgia Meloni ha motivato con la necessità di chiarire eventuali franchi tiratori dopo le sorprese registrate nei voti segreti alla Camera. L'approdo in aula è previsto per la prossima settimana, con il voto finale fissato per l'8 ottobre.

Le regole del nuovo sistema

Il testo base del provvedimento delinea un sistema elettorale misto a base proporzionale, con la soppressione dei collegi uninominali e l'assegnazione dei seggi ai collegi plurinominali. Le soglie di sbarramento sono fissate al 10% per le coalizioni e al 3% per le liste singole, con il ripescaggio della prima lista coalizzata sotto soglia. L'innovazione più rilevante, oltre al premio, è l'obbligo di indicare il candidato premier al momento del deposito dei contrassegni, pena l'inammissibilità delle liste.

Una norma che, secondo diversi osservatori, introduce di fatto un elemento di premierato senza passare da una revisione costituzionale.

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