Fao: sei mesi per evitare la crisi alimentare, l’allarme sullo Stretto di Hormuz
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Redazione Esteri
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L’allarme, lanciato nei giorni scorsi dalle agenzie specializzate delle Nazioni Unite, si fa sempre più pressante: il mondo avrebbe circa sei mesi di tempo – una finestra temporale che si sta rapidamente chiudendo – per scongiurare una crisi alimentare dalle proporzioni globali. A sostenerlo è la Fao, l’Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura, che in un rapporto presentato a Roma ha voluto puntare il riflettore sulla criticità derivante dalla situazione in Medio Oriente, in particolare per quanto riguarda la navigazione nello Stretto di Hormuz.
Secondo l’ente, le decisioni che verranno prese in questo brevissimo lasso di tempo da agricoltori e governi – riguardanti l’uso dei fertilizzanti, le politiche di importazione, i finanziamenti e la scelta delle colture – saranno determinanti per evitare un fortissimo aumento dei prezzi dei generi alimentari su scala mondiale.
La catena dello shock: dall’energia al carrello della spesa
La perturbazione in atto, come spiegato dagli economisti della Fao, non è un fenomeno circoscritto ma un vero e proprio shock sistemico che colpisce la rete agroalimentare a cascata. Se da un lato la chiusura virtuale dello Stretto – un passaggio cruciale per le rotte commerciali – ha già innescato tensioni sul costo dell’energia, dall’altro l’effetto più devastante per l’agricoltura è quello legato ai fertilizzanti.
Prima della crisi, una quota compresa tra il 20 e il 45% delle esportazioni di input essenziali come urea e suoi derivati transitava proprio da quel corridoio marittimo. La riduzione di questi flussi sta già compromettendo i raccolti, un problema che si farà sentire con violenza sulle rese future partendo dai Paesi dell’emisfero nord, dove per molte colture la finestra di semina è ormai definitivamente perduta.
La sequenza, avvertono gli analisti, è implacabile: l’impennata dell’energia fa schizzare i costi della produzione chimica, i fertilizzanti scarseggiano, i terreni producono meno grano e mais, e l’inflazione alimentare si abbatte infine sui consumatori.
Il nodo dei fertilizzanti e la disparità tra i Paesi
A destare maggiore preoccupazione è l’estrema vulnerabilità di quelle nazioni – molte delle quali in Asia e Africa – la cui bilancia agricola dipende quasi interamente dagli approvvigionamenti provenienti dal Golfo. Il capo economista della Fao, in un podcast divulgato la scorsa settimana, ha evidenziato come sia necessario aumentare la “capacità di assorbimento” degli Stati più poveri per renderli resilienti a questo collo di bottiglia.
Per chi, come India, Pakistan o Giordania, dipende da quei carichi per nutrire le proprie popolazioni, l’assenza di alternative immediate rischia di tradursi in un aumento strutturale della povertà. In questo scenario, gli stessi produttori europei si trovano di fronte a un dilemma doloroso: ridurre le dosi di concime – con il conseguente crollo delle rese – o assorbire i costi lievitati, rischiando la sostenibilità economica delle imprese.
La Fao ha quindi suggerito di ricorrere a meccanismi finanziari straordinari, come quelli del Fondo Monetario Internazionale, per sostenere i bilanci dei pagamenti dei Paesi più esposti, evitando al contempo che una competizione distorta sui sussidi alteri ulteriormente i mercati.
Strategie di aggiramento e rotte fantasma
Nonostante il blocco, il transatlantico non è totalmente blindato: nel mar Arabico si registrano movimenti “fantasma” di alcune petroliere e cargo che, come si legge nei bolletti di settore, navigano a trasponder spento (spegnendo cioè i sistemi Ais di localizzazione remota). Questa pratica, pur rischiosa, permette a qualcuno di aggirare le zone di conflitto più calde per portare a destinazione il carico, sebbene rappresenti solo una goccia in un oceano di necessità.
Per il direttore generale dell’organizzazione, quanto sta accadendo non è un semplice incidente geopolitico ma uno “shock mirato” alla rete globale del cibo. Le conseguenze piú pesanti, ha aggiunto, si vedranno non subito ma con la fine del ciclo agricolo 2026-2027, quando l’effetto della carenza di azoto si tradurrà in raccolti magri.
In questo frangente, l’invito della Fao ai governi è chiaro: trovare rotte commerciali alternative, blindare i corridoi umanitari e, soprattutto, evitare il ricorso a restrizioni alle esportazioni che non farebbero che esacerbare la fiammata dei prezzi.




