Richard Ford e l’attentato a Trump: «La colpa è delle armi. Lui li userà per aumentare i consensi»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   È mattina presto in Maine, quando il premio Pulitzer Richard Ford risponde alla telefonata del Corriere. Ancora a letto, sta commentando con la moglie Kristina – compagna inseparabile da oltre cinquant’anni – le drammatiche notizie della notte precedente. Siamo a Washington, dove durante la cena per i corrispondenti della Casa Bianca al Washington Hilton, un uomo ha cercato di sparare a Donald Trump e ai membri della sua amministrazione. Lo scrittore, osservatore lucido e feroce della società americana, non si lascia sfuggire l’occasione per spostare l’attenzione dal singolo episodio alla piaga strutturale che lo ha reso possibile. Il fatto stesso che ci sia stato un attentato alla vita del presidente, ragiona ad alta voce il romanziere, ha molto più a che fare con la disponibilità senza limiti degli arsenali civili che con l’operato specifico del tycoon.

L’analisi dello scrittore: ossessione nazionale e il ruolo della vittima

Nel suo ragionamento, Ford non minimizza la gravità di quanto accaduto né tantomeno giustifica l’aggressore, ma insiste su un punto cruciale: se ci fosse una minore disponibilità di fucili e pistole, si registrerebbero meno sparatorie di massa. E aggiunge, con quella schiettezza che lo contraddistingue, che negli Stati Uniti esiste una vera e propria ossessione per le armi da fuoco, una condizione che difficilmente muterà. Secondo la sua visione, quella che è successo nella sala da ballo dell’Hilton non è principalmente una questione politica, bensì logistica: le armi vanno tolte dalle mani dei fanatici. Ma l’analisi affonda il bisturi anche nella reazione immediata del presidente, che già nelle ore successive all’attacco, definito dallo stesso Trump come opera di «una persona malata», sembrava aver assunto il controllo della narrazione. Secondo Ford, la prima reazione del presidente in qualunque situazione si trovi è sempre quella di esaltare sé stesso, e in questo caso specifico, indossa i panni della vittima. Non gli sfugge, inoltre, la beffarda promessa del presidente di costruire una «grande, sicura e protetta sala da ballo» alla Casa Bianca: un’affermazione che lo scrittore liquida come un discorso senza senso, soprattutto mentre gli americani fanno i conti con il caro benzina e bollette alle stelle.

Il profilo dell’aggressore: da “gentile assassino federale” a insegnante modello

A rendere ancora più inquietante la vicenda – avvolta, come sempre accade in questi frangenti, da un alone di surreale inspiegabilità – è la biografia dell’attentatore. Cole Tomas Allen, il 31enne californiano arrestato sul posto, è stato formalmente accusato di tentato omicidio del presidente e di altri reati connessi al possesso di armi, rischiando pene severe. Prima di salire sul treno da Los Angeles, armato di fucile e pistola, o di registrarsi all’Hilton dove aveva prenotato una stanza, era un uomo invisibile ai radar della sicurezza. Nessun precedente penale, nessuna schedatura psichiatrica. Anzi, il suo profilo pubblico era quello, per certi versi esemplare, di un ingegnere meccanico laureato al Caltech, insegnante part-time e persino premiato come «insegnante del mese».

Nei minuti precedenti l’attacco, Allen ha inviato ai familiari un vero e proprio manifesto che svela le sue distorte motivazioni. In quelle righe, definite agghiaccianti dagli inquirenti, si autodefinisce un «amichevole assassino federale» e giustifica l’atto raccontando di non voler essere complice dei crimini di un presidente che apostrofa con parole pesantissime. Nel suo lungo scritto, l’uomo non solo esprime il desiderio di colpire ministri e funzionari, ma sottolinea anche – con una preoccupante lucidità tecnica – i buchi della sicurezza, lamentando l’arroganza e la superficialità dei controlli all’ingresso. La sua è la figura paradossale di un attentatore che ha tentato di scuotere la democrazia dall’interno, muovendosi però con gli strumenti e la rabbia silenziosa di un uomo qualunque, in possesso delle armi che, secondo Ford, rappresentano la vera radice del male.

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