Il caso Omerovic: un poliziotto rinviato a giudizio per tortura, un agente condannato per falso
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Redazione Interno
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Il percorso giudiziario che segue i drammatici fatti del 25 luglio 2022 a Primavalle, a Roma, ha compiuto un passo decisivo con le ordinanze emesse dal giudice per l’udienza preliminare. Mentre la vicenda di Hasib Omerovic, il trentanovenne di origine rom che in quella data precipitò per otto metri dalla finestra della sua abitazione in via Gerolamo Aleandro durante un’attività di polizia, approda al dibattimento, il quadro processuale si definisce attraverso distinzioni che segnano destini diversi per gli agenti coinvolti. Il gup, infatti, ha disposto il rinvio a giudizio per Andrea Pellegrini, il poliziotto sul quale gravano le accuse, formulate dai pubblici ministeri, di tortura e falso in relazione a quanto accaduto all’interno dell’appartamento prima della caduta dell’uomo.
Le decisioni del gup in udienza preliminare
Nella stessa udienza, celebratasi in forma abbreviata, sono state adottate sentenze nei confronti di altri due agenti, entrambi chiamati in causa per il reato di falso. Alessandro Sicuranza, la cui posizione è stata valutata con il rito accelerato, è stato condannato a una pena di un anno e quattro mesi di reclusione; una condanna che, sebbene non riguardi direttamente le dinamiche della caduta, getta un’ombra sulla correttezza della ricostruzione post-evento degli accadimenti. Assolta, invece, con piena formula perché “il fatto non sussiste”, è stata la collega Maria Rosa Natale, anch’ella accusata di falsità, in un esito che sottolinea come l’indagine abbia proceduto a un vaglio puntuale delle singole responsabilità, distinte per ciascun imputato.
Il contesto dell'intervento e le accuse
L’intervento, che si è trasformato in tragedia, era partito come una perquisizione condotta da personale del commissariato di Primavalle all’interno dell’abitazione dove Omerovic viveva con i suoi familiari. Sono proprio le modalità di quell’azione, il “come” si svolsero i minuti precedenti la precipitazione dalla finestra, a costituire il nucleo dell’inchiesta per tortura, un capo d’accusa – introdotto nel codice penale italiano relativamente di recente – che i magistrati romani hanno ritenuto di dover contestare a Pellegrini. A queste si affianca l’ipotesi di falso, che coinvolge più soggetti e attiene alla veridicità delle dichiarazioni e delle documentazioni redatte in seguito all’incidente, un aspetto sul quale l’udienza preliminare si è già espressa con la condanna di Sicuranza.
Il prosieguo del procedimento
Con il rinvio a giudizio, il procedimento a carico di Andrea Pellegrini entra ora nella sua fase centrale e più ampia, quella del dibattimento vero e proprio, che sarà chiamato ad accertare – attraverso l’esame contestuale di prove e testimonianze – la fondatezza delle gravi accuse. La strada processuale si separa così da quella già percorsa in abbreviato per gli altri indagati, tracciando un iter la cui durata e complessità saranno determinate dalle valutazioni del tribunale monocratico. Resta, a monte di ogni tecnicismo giudiziario, il fatto brutale di un uomo che, nel corso di un’operazione di ordinaria amministrazione per le forze dell’ordine, si è trovato in balcone e poi nel vuoto, un episodio la cui verità giudiziaria è ancora tutta da scrivere nonostante i primi verdetti.




