Verona, violenze in questura: per quattro agenti l’accusa di tortura, dodici i rinvii a giudizio dopo l’udienza preliminare
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Redazione Interno
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La giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Verona, Alessia Silvi, ha chiuso il fascicolo che da mesi – e precisamente da quando, nel giugno del 2023, scattarono i primi arresti – tiene banco negli uffici giudiziari scaligeri con un dispositivo articolato che smista le responsabilità su due binari distinti, l’uno già definito con il rito abbreviato e l’altro destinato invece al dibattimento. Tra i banchi dei rinviati a giudizio, dodici in tutto, figurano i nomi di Davide Bernardelli, Filippo Failla Rifici, Roberto Da Rold e Alessia Pirello, i quattro ai quali il pubblico ministero contesta la fattispecie della tortura: un reato, questo, introdotto nell’ordinamento italiano nel 2017 e che qui trova applicazione per quelle che l’accusa definisce, nella formula lessicale divenuta ormai ricorrente negli atti, «acute sofferenze fisiche» inferte a due uomini, entrambi fermati e condotti negli uffici di polizia, la cui vulnerabilità – uno dei due era tossicodipendente, l’altro senza fissa dimora – rappresenterebbe elemento aggravante e non certo circostanza attenuante.
Quei fatti, avvenuti il 22 agosto e poi tra il 9 e il 10 novembre del 2022, vedono un primo agente imputato per entrambi gli episodi e gli altri tre solamente per il secondo, quasi a delineare una continuità violenta che dalla stagione estiva si sarebbe trascinata sino all’autunno inoltrato. Non solo botte, però, stando al quadro probatorio che i sostituti procuratori Chiara Bisso e Carlo Boranga – titolari dell’inchiesta fin dall’inizio – hanno consegnato al giudice: negli stessi ambienti della Questura, tra i corridoi e quella stanza che gli investigatori chiamano «sala Acquario», sarebbero maturate altre condotte, ben diverse dalle lesioni personali e dalla tortura, eppure ugualmente sintomatiche di uno scollamento tra la divisa e la legge. Per Francesco Fabio Bonvissuto, Massimiliano Miniello, Giuseppe Orazio Polito e Jonathan Busà è arrivato il rinvio a giudizio per peculato, falso e omissione di atti d’ufficio.
Il peculato, la perquisizione interrotta e i quaranta euro sottratti
A questi quattro, e ad alcuni degli altri imputati, si contesta, tra l’altro, di essersi appropriati di quaranta euro in contanti e di due pacchetti di sigarette sottratti a una donna – anche lei fermata per un controllo – oppure di avere interrotto una perquisizione domiciliare, finalizzata alla ricerca di armi, nel momento in cui gli agenti avevano realizzato che l’abitazione da setacciare apparteneva a un conoscente: circostanza, quest’ultima, che ha portato alla contestazione del falso e dell’omessa denuncia. La giudice Busato, che per la fase preliminare aveva raccolto le richieste delle parti, ha poi distinto le posizioni di chi ha scelto il rito abbreviato, definendole in via immediata: tre condanne e un’assoluzione.
A quattro mesi di reclusione – pena sospesa – è stato condannato G.V., ventottenne, per lesioni personali; cinque mesi e dieci giorni sono invece toccati a O.D., quarantatreenne, giudicato colpevole di falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale, mentre M.D.A., trentaduenne, è stato condannato soltanto a una multa di duecento euro per omessa denuncia di reato. Assolta, invece, perché «il fatto non costituisce reato» – formula che talvolta lascia spazio a più di un interrogativo – la poliziotta che era finita nel procedimento per falso.
Giudizio immediato e secondo stralcio, il processo slitta al 2027
L’impianto accusatorio, che inizialmente coinvolgeva ventotto indagati e che nelle fasi precedenti aveva già portato a due patteggiamenti e altrettanti giudizi immediati – questi ultimi destinati a chi, come Loris Colpini e Alessandro Migliore, è considerato tra i maggiori responsabili del gruppo operativo – ha così subìto una cesura netta. Per i dodici rinviati a giudizio la prima udienza dibattimentale è stata calendarizzata per l’11 febbraio 2027: data lontana, che inevitabilmente allontana nel tempo anche l’accertamento pieno dei fatti.
Del resto, che il meccanismo di spersonalizzazione e di omertà interna fosse un tassello centrale dell’indagine lo si era capito sin dal principio, quando Roberto Da Rold – oggi tra i quattro imputati per tortura – aveva rotto il muro di silenzio, raccontando al gip la propria versione e ammettendo, parzialmente, una reazione sproporzionata contro un fermato che gli aveva sputato addosso. Una confessione, la sua, che non gli ha però evitato il rinvio a giudizio e che ha anzi contribuito a mettere in luce quel sistema di violenze che, secondo le accuse, sarebbe stato tollerato da una cerchia di colleghi i quali, pur vedendo, avrebbero sistematicamente omesso di riferire.
La vulnerabilità delle vittime e la rete di silenzi
Tossicodipendenti, senzatetto, immigrati: persone, queste, che difficilmente avrebbero sporto denuncia per timore di ritorsioni o, più semplicemente, perché prive degli strumenti per farlo. E forse anche per questo la Procura ha scelto di insistere, procedendo senza tentennamenti e stralciando via via le posizioni meno solide – otto quelle archiviate nel corso dell’istruttoria – sino ad arrivare alla formulazione attuale. Restano, sullo sfondo, le condotte di quei diciassette agenti che gli investigatori avevano definito «testimoni silenziosi» e che per l’accusa avrebbero dovuto essere perseguiti per omessa denuncia: alcuni di loro sono oggi tra i rinviati a giudizio, altri sono usciti di scena grazie all’archiviazione, altri ancora hanno già patteggiato.
La giudice ha dunque composto il mosaico, almeno nella fase preliminare. Toccherà ora al dibattimento – tra quasi un anno – stabilire se quelle «acute sofferenze» siano state realmente inferte con l’intenzione di punire, umiliare o piegare la volontà di chi, in quel momento, si trovava in custodia; e se, oltre ai singoli esecutori materiali, vi sia stata una regia occulta o, al contrario, soltanto una sequenza di omissioni individuali. La data è lontana, ma il procedimento, nel frattempo, resta incardinato.




