Il gup di Verona rinvia a giudizio dodici agenti, per quattro l’accusa è di tortura: «cagionarono acute sofferenze»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La giudice per le udienze preliminari Arianna Busato ha chiuso il secondo filone dell’inchiesta sulle violenze nella Questura scaligera disponendo – con la fissazione della prima udienza per l’11 febbraio del 2027 – il rinvio a giudizio di dodici poliziotti; fra loro, per quattro di essi, Davide Bernardelli, Filippo Failla Rifici, Roberto Da Rold e Alessia Pirello, l’imputazione è quella, introdotta nell’ordinamento soltanto nel 2017, di tortura -2-5-6. Ad altri quattro agenti, e precisamente Michele Tubaldo, Giuseppe Tortora, Angelo Domenico Matraxia ed Elisa Balzamo, la Procura – nella persona dei sostituti Chiara Bisso e Carlo Boranga – contesta invece il reato di lesioni, mentre per Francesco Fabio Bonvissuto, Massimiliano Miniello, Giuseppe Orazio Polito e Jonathan Busà le ipotesi di reato sono di falso ideologico, omissione di atti d’ufficio e, in un caso, peculato per la sottrazione, avvenuta ai danni di una donna fermata per un controllo, di quaranta euro e di due pacchetti di sigarette -1-2.

La vicenda giudiziaria, che si dipana ormai dal giugno del 2023 quando cinque agenti finirono agli arresti e le indagini della squadra mobile portarono alla luce un sistema di violenze apparentemente tollerato, si concentra su due distinti episodi: il primo risale al 22 agosto del 2022, il secondo alla notte tra il 9 e il 10 novembre dello stesso anno. In entrambi i casi le vittime – un uomo senza fissa dimora e una persona con problemi di tossicodipendenza, condotte in Questura per accertamenti – avrebbero subito, secondo la formulazione contenuta nel capo d’imputazione, «acute sofferenze fisiche» inferte dagli agenti; un solo poliziotto è chiamato a rispondere per tutte e due gli episodi, mentre gli altri tre soltanto per quello autunnale.

Le condanne con rito abbreviato e l’assoluzione

Parallelamente ai dodici rinvii a giudizio, la medesima udienza preliminare ha definito le posizioni di altri quattro indagati che avevano optato per il rito abbreviato, chiedendo cioè di essere giudicati sulla sola base degli atti raccolti dai pm Bisso e Boranga. La giudice Busato ha condannato il ventottenne G.V. a quattro mesi di reclusione per lesioni, il trentaduenne M.D.A. al pagamento di una multa di duecento euro per omessa denuncia di reato e il quarantatreenne O.D. a cinque mesi e dieci giorni per falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale; una poliziotta, accusata anch’essa di falso, è stata invece assolta con la formula piena «perché il fatto non costituisce reato».

L’interruzione della perquisizione e i processi già in corso

Tra le condotte emerse nel corso dell’istruttoria ve n’è una che ha portato alla luce anche un peculiare intreccio tra dovere d’ufficio e relazioni personali: alcuni agenti, secondo quanto ricostruito, interruppero una perquisizione finalizzata alla ricerca di armi da sparo non appena si accorsero che l’abitazione oggetto dell’atto apparteneva a un loro conoscente, omettendo poi di denunciare il fatto e redigendo atti falsi per giustificare l’incompletezza dell’operazione. Per questo secondo stralcio, come detto, il processo prenderà il via tra un anno esatto, ma dinanzi al Tribunale di Verona è già in corso un altro procedimento, quello nei confronti di due agenti – Loris Colpini e Alessandro Migliore, considerati dagli inquirenti i principali responsabili del gruppo che agiva nella cosiddetta “sala acquario” – per i quali era stato disposto il giudizio immediato.

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