La notte di fuoco di Tirana: molotov e idranti nella protesta contro il governo Rama
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Redazione Esteri
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Migliaia di persone hanno riversato la propria rabbia nelle strade di Tirana, la sera del 10 febbraio, e quelle strade – presidiate da oltre milletrecento agenti in tenuta antisommossa – si sono trasformate in un campo di battaglia urbano -1-6. Il casus belli, o per meglio dire il catalizzatore di un malcontento che da mesi serpeggia tra la popolazione albanese, risiede nella sospensione della vicepremier Belinda Balluku, esponente di spicco del Partito Socialista del primo ministro Edi Rama; una sospensione disposta dalla Corte costituzionale e che affonda le radici in un’indagine della Procura speciale anticorruzione -5. I dimostranti, convocati dal leader del Partito Democratico Sali Berisha, non si sono limitati a riempire piazza Skënderbej o a marciare lungo il viale dei Martiri della Nazione: alcuni di loro, una frangia certamente più radicale e organizzata, ha preso d’assalto gli edifici istituzionali. Il lancio sistematico di bottiglie molotov, pietre e materiali pirotecnici contro la sede del Parlamento e l’Ufficio del primo ministro ha rappresentato una torsione violenta di quella che Berisha aveva definito, poco prima, una “rivolta pacifica” -1-4.
La risposta del dispositivo di sicurezza non si è fatta attendere, e anzi è risultata immediatamente proporzionale alla ferocia dell’assalto. I cannoni ad acqua e i lacrimogeni hanno squarciato la folla nel tentativo di creare varchi e respingere i manifestanti lontano dalle vetrate in frantumi e dagli ingressi presidiati; ne è scaturito un bilancio, al momento provvisorio, di sedici poliziotti feriti – alcuni dei quali, stando a quanto riferito dal ministro dell’Interno Albana Koçiu, ricoverati in condizioni serie per ustioni riportate nello scoppio degli ordigni incendiari -4-6. Sul versante opposto, tredici persone sono finite in manette, mentre un deputato democratico sarebbe rimasto ferito nel corso delle cariche -5. Non è la prima volta, va detto, che la capitale balcanica assiste a simili scene: si tratta infatti del terzo episodio di violenza politica in pochi mesi, e questo costante stillicidio di tensione sta progressivamente erodendo il perimetro della normalità democratica -1.
Al centro della bufera giudiziaria e politica si staglia la figura di Belinda Balluku, alla quale i magistrati contestano presunte interferenze nelle gare d’appalto pubbliche. Nello specifico, l’inchiesta della SPAK ruota attorno alla costruzione del tunnel di Llogara, un’infrastruttura strategica per la quale la vicepremier – che ricopre anche il ruolo di ministro delle Infrastrutture e dell’Energia – avrebbe pilotato l’intero iter di aggiudicazione a vantaggio di determinate imprese -5-9. Balluku respinge ogni addebito, ma il meccanismo giudiziario ha comunque ingranato la marcia: la Procura ha formalmente chiesto al parlamento di privarla dell’immunità, passo indispensabile per procedere con eventuali misure cautelari personali. Una richiesta, questa, destinata a scontrarsi con la maggioranza assoluta di cui gode il Partito Socialista di Rama, il quale – pur avendo subordinato la sospensione della sua vice – mantiene saldo il controllo dell’agenda parlamentare -2.
Sali Berisha, dal canto suo, cavalca l’onda lunga dello scandalo con l’abilità di chi conosce perfettamente i meccanismi del potere e dell’opposizione. Dinanzi a una folla che sventolava bandiere e intonava cori come “Rama torna a casa”, l’ex capo del governo – anche lui non estraneo a procedimenti per corruzione – ha incalzato l’esecutivo definendolo un “narco-stato” e accusando il premier di aver dichiarato guerra al sistema giudiziario per proteggere interessi privati e patrimoni personali -1-7. Berisha ha inoltre ribadito l’illegittimità delle ultime consultazioni elettorali, bollate come una “farsa”, e ha rilanciato l’appello all’unità di tutte le forze di opposizione per costringere Rama a elezioni anticipate; un appello che suona come l’estrema ratio di una leadership che, per quanto carismatica, rimane schiacciata dal peso delle proprie ombre giudiziarie -5-7.
La linea dura del Viminale albanese e il nodo immunità
Il ministro dell’Interno Koçiu non ha usato giri di parole nel commentare gli eventi: dinanzi ai giornalisti, accanto ai letti dell’ospedale traumatologico dove giacevano gli agenti ustionati, ha parlato senza esitazione di “tentato omicidio” e di una “aggressione premeditata” da parte di “criminali organizzati” piuttosto che di semplici manifestanti -4. Una caratterizzazione, questa, che sposta il barometro del discorso pubblico dalla protesta politica alla minaccia alla sicurezza nazionale, legittimando di fatto un inasprimento dei controlli e, presumibilmente, della futura gestione dell’ordine pubblico. La Procura, nel frattempo, procede speditamente con le contestazioni per i ventuno fermati, tra i quali figurano anche alcuni esponenti del Partito Democratico, accusati a vario Titolo di lesioni gravi, resistenza a pubblico ufficiale e detenzione di materiale esplodente -6.
Lo spettro dell’Ue e la corruzione endemica
Sullo sfondo di queste cronache di fuoco e lacrimogeni, resta la questione dell’integrazione europea dell’Albania, una candidatura ufficiale che Tirana spera di concretizzare entro il 2027 ma che sconta, agli occhi dei partner di Bruxelles, un deficit strutturale di trasparenza amministrativa -1-9. Le medesime fiamme che hanno lambito la sede del governo nella notte del 10 febbrile rischiano di proiettare ombre lunghe sui negoziati di adesione, poiché gli osservatori internazionali continuano a segnalare come il paese sia ancora ampiamente permeabile a fenomeni di corruzione e clientelismo -2. Un paradosso, se si considera che l’attuale esecutivo socialista era asceso al potere proprio sulla promessa di una rigenerazione morale e istituzionale; promessa che, a giudicare dalle piazze infiammate e dalle inchieste della magistratura speciale, appare oggi quanto meno compromessa.




