L'Europa divisa sugli asset russi, vertice a Copenaghen senza accordi
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Redazione Esteri
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I ventisette ministri degli Esteri dell’Unione Europea, riuniti in un vertice informale a Copenaghen, hanno dimostrato ancora una volta tutte le profonde divergenze che impediscono di trovare una posizione comune sull’utilizzo degli asset russi congelati. Sebbene l’intenzione dichiarata fosse quella di «accelerare» le decisioni a sostegno di Kiev, il cosiddetto formato Gymnich si è concluso, come spesso accade, con un nulla di fatto sostanziale, rinviando qualsiasi passo concreto a una futura e indefinita revisione dei trattati. L’Alta rappresentante per la politica estera, Kaja Kallas, assieme al ministro danese Lars Løkke Rasmussen, ha dovuto ammettere l’impasse, nonostante la formale condivisione di principio sul fatto che Mosca, responsabile di quella che Kallas ha definito una «devastazione», non possa riavere indietro i suoi fondi senza aver prima risarcito integralmente l’Ucraina.
Al centro del dibattito ci sono circa 210 miliardi di euro di beni della Banca centrale russa, bloccati dall’Unione al momento dell’invasione e per la gran parte custoditi presso la società belga Euroclear. La proposta, caldeggiata con forza dalle nazioni baltiche e dalla Polonia, prevede la confisca totale di tali somme per destinarle alla ricostruzione del paese invaso e al suo sostentamento bellico, una mossa che Kiev invoca da tempo per colmare un pericoloso vuoto di finanziamento. Tuttavia, come ha sottolineato il ministro italiano Antonio Tajani, una «maggioranza» di stati membri si oppone fermamente a questa ipotesi, temendo ripercussioni legali e finanziarie di vasta portata, oltre a potenziali ritorsioni economiche.
La frattura è così profonda che i Ventisette, lungi dal trovare un compromesso, hanno semplicemente convenuto sulla necessità di aprire un complesso iter per modificare le stesse fondamenta giuridiche dell’Unione, un processo lungo e tutt’altro che scontato. Questa incapacità di procedere sposa, almeno in parte, le recenti accuse mosse dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, il quale ha più volte criticato la lentezza e l’inefficacia europea nel supportare concretamente la difesa ucraina. Parallelamente, fornisce argomenti alla propaganda del Cremlino, che attraverso la voce di Vladimir Putin ha bollato l’Occidente come intento a «militarizzare il continente», rivendicando peraltro guadagni territoriali sul campo.




