Pamela Genini, l'autopsia conferma: "Uccisa con più di 30 coltellate"
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Redazione Interno
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L'autopsia sul Corpo di Pamela Genini, la giovane di 29 anni uccisa nell'appartamento di via Iglesias a Milano, ha disegnato un quadro ancor più agghiacciante di quanto già non emergesse dalle prime, terribili indiscrezioni. Il referto, i cui esiti preliminari parlano di "più di trenta coltellate", corregge infatti verso l'alto la stima iniziale che si attestava su almeno ventiquattro ferite inferte da una lama di nove centimetri. Una violenza inaudita, che il fermo di Gianluca Soncin, convalidato dalle autorità giudiziarie, aveva già ricostruito nei suoi tratti essenziali, consegnando alla cronaca nera milanese l'ennesimo caso di femminicidio.
Le scarne parole dell'omicida dopo il fermo
Poche, laconiche dichiarazioni, quelle che Gianluca Soncin ha rilasciato agli agenti dopo essere stato fermato, quasi a voler delimitare con precisione burocratica l'unico aspetto della sua vita di cui sembrava volersi assumere la responsabilità. "Lavoro per la conceria di mio padre Lamberto, ad Arzignano, ma non me ricordo il nome", ha affermato il cinquantaduenne, definendo sé stesso come un semplice dipendente del padre, in un momento in cui la gravità delle sue azioni avrebbe richiesto ben altre spiegazioni. Una posizione di chiusura che si è poi cristallizzata durante l'interrogatorio dinanzi al giudice, quando ha scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere, lasciando che fossero le evidenze investigative a parlare per lui.
Il referto di un anno prima: "Mi ha rotto un dito"
Quella stessa violenza, che si è conclusa in modo così tragico, non era però un fenomeno improvviso. Già un anno prima dei fatti, per l'esattezza nel settembre del 2024, un episodio premonitore era stato registrato all'ospedale di Seriate, dove Pamela Genini si era recata per le cure del caso. "Gianluca Soncin mi ha rotto un dito", aveva dichiarato la donna ai medici, fissando per la prima e, purtroppo, ultima volta su un referto ufficiale le sevizie subite. Quella frase, una testimonianza cruciale di un maltrattamento pregresso, è ora un tassello fondamentale per le indagini, tanto che i carabinieri che l'hanno rinvenuta ne hanno disposto l'invio ai colleghi che conducono le indagini sull'omicidio.
Le vicine di casa: "L'avevamo avvertita"
A dipingere un quadro di una relazione già percepita come pericolosa dall'esterno è la testimonianza di una vicina di casa di Gianluca Soncin, una donna di nome Giulia, la cui intervista è stata riportata da un noto programma di approfondimento. "Insistevamo affinché chiamasse la polizia, ma lei si rifiutava sempre", ha raccontato, rivelando come il timore per il comportamento dell'uomo fosse condiviso da chi gli viveva accanto. Questo tentativo di offrire un aiuto, purtroppo non ascoltato, sottolinea la complessità di situazioni in cui la paura, l'affetto o altre dinamiche possono portare a sottovalutare un pericolo che, agli occhi degli altri, appare invece chiarissimo e incombente.




