L'Italia e la transizione ecologica: un percorso a rilento tra obiettivi mancati e risorse inespresse

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Nonostante il quadro normativo europeo, che con il pacchetto "Fit for 55" disegna traiettorie stringenti per la decarbonizzazione, il cammino dell'Italia verso gli obiettivi del Pniec appare insidioso e segnato da un ritmo d’azione che stenta a decollare. Lo rivela, in maniera piuttosto netta, il report "Zero Carbon Policy Agenda 2025" dell’Energy & Strategy School of Management del Politecnico di Milano, il quale, analizzando i dati disponibili, tratteggia una divergenza preoccupante fra le mete prefissate e la loro concreta realizzazione. A questa situazione, per nulla lineare, si aggiunge la gestione delle ingenti risorse del Pnrr, di cui finora sarebbe stato erogato solamente il 34 per cento, un dato che di per sé solleva interrogativi sulla capacità di spesa e di progettazione di lungo periodo.

L'efficienza energetica e il nodo della performance economica

Il tema dell’efficienza energetica, che pure rappresenta un pilastro fondamentale in qualsiasi strategia di transizione, si conferma un punto dolente nel contesto nazionale. Se è vero, come stabilito durante la COP28 di Dubai, che quasi duecento nazioni si sono impegnate a raddoppiare collettivamente il tasso di miglioramento annuo in questo settore, è altrettanto evidente che l’Italia fatica a tradurre in risultati operativi tali intenti. Le statistiche, d’altronde, parlano di un calo delle emissioni climalteranti del 28,7% rispetto al 1990, un dato positivo in sé, ma che va interpretato alla luce della performance economica. La crescita del PIL nominale italiana, infatti, è stata notevolmente più modesta di quella europea negli ultimi due decenni, il che lascia supporre che una parte significativa della riduzione delle emissioni non sia ascrivibile a un reale aumento dell’efficienza produttiva, bensì a una stagnazione economica e alla crisi di quei comparti industriali tradizionalmente più energivori.

Il rischio di un declino industriale strutturale

Questa dinamica, che lega a doppio filo la salute dell’apparato produttivo e la sostenibilità ambientale, genera un circolo vizioso di cui si cominciano a vedere le conseguenze. Il timore, espresso da diversi osservatori, è che il declino della produzione industriale possa rivelarsi strutturale e non congiunturale, soprattutto per quelle imprese e quei distretti che basano la propria offerta su tecnologie o componenti destinate a essere progressivamente messe al bando dalle normative comunitarie. Senza un cambio di passo, che permetta di agganciare l’onda dell’innovazione in settori chiave come le rinnovabili, l’efficientamento e la nuova mobilità, il rischio concreto è di trovarsi permanentemente esclusi da quelle catene del valore globale che stanno rapidamente mutando pelle.

Trasformare i vincoli in leve per lo sviluppo

La partita, dunque, si gioca tutta sulla capacità di tradurre le opportunità, come quelle offerte dalle tecnologie per l’edilizia green o dalle pompe di calore, in progetti industriali concreti e in politiche pubbliche di sostegno efficaci. La mancanza di una strategia chiara e di lungo respiro, unita alla lentezza nell’impiego delle risorse europee, rischia di compromettere non solo gli obiettivi climatici, ma la stessa tenuta competitiva di un sistema produttivo già in affanno. Il nodo centrale rimane la capacità di coniugare la necessaria transizione ecologica con una visione industriale che sappia guardare al futuro, trasformando i vincoli normativi in leve per l’innovazione e lo sviluppo.

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