Voli, prezzi alle stelle per il carburante e lo Stretto di Hormuz bloccato: le Borse affondano
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Redazione Economia
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La turbolenza che agita i cieli del Medio Oriente si riverbera con violenza inaspettata sui listini di tutto il mondo e, quel che più conta per i viaggiatori, sulle prospettive future del costo di un biglietto aereo. L’escalation del conflitto che vede contrapposti Stati Uniti e Israele all’Iran ha superato quella soglia critica oltre la quale le tensioni geopolitiche smettono di essere una variabile lontana per diventare un’emergenza economica concreta e immediata. Il nodo, non ancora risolto, dell’aumento delle tariffe dei voli si ripropone quindi in tutta la sua drammaticità, alimentato da una miccia precisa: il prezzo del petrolio, e di conseguenza del cherosene, è tornato a correre verso quota cento dollari al barile e oltre, toccando i livelli più alti dall’estate del 2022. La reazione dei mercati, prevedibile nella sua direzione ma violenta nella sua intensità, non si è fatta attendere: a cominciare dalla seduta di lunedì 9 marzo, i titoli delle principali compagnie aeree e degli operatori crocieristici statunitensi hanno subito un tracollo, con United Airlines che ha lasciato sul terreno oltre sei punti percentuali e ribassi intorno al cinque per cento per American e Delta, mentre nel settore delle crociere Carnival è arrivata a cedere il sei per cento. Un’emorragia che ha contagiato anche l’Asia, dove il Nikkei di Tokyo ha visto una perdita superiore al cinque per cento, trascinato dai timori di un allargamento del conflitto e da un futuro che appare quanto mai incerto.
Al cuore di questa tempesta perfetta c’è lo Stretto di Hormuz, quel sottile tratto di mare la cui chiusura di fatto, seppur non sempre formalmente dichiarata, rappresenta un blocco potenzialmente catastrofico per i flussi energetici globali. Dall’inizio delle ostilità, il passaggio è rimasto sostanzialmente interdetto non solo alle navi americane e israeliane, ma la sua percorribilità per le altre unità resta estremamente complessa e rischiosa, dopo che l’azzeramento del traffico dei giorni scorsi ha mandato un segnale inequivocabile ai mercati. Attraverso quel collo di bottiglia transita circa il venti per cento del petrolio e del gas naturale liquefatto consumato nel mondo, e la sua ostruzione prolungata rischia di privare l’economia globale di una fetta consistente dell’offerta di greggio per un periodo che alcuni analisti ipotizzano possa durare mesi. I grandi produttori dell’area, come l’Iraq e il Kuwait, hanno già cominciato a ridurre le loro forniture, mentre l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti tentano di correre ai ripari riattivando vecchi oleodotti che possano aggirare lo stretto, soluzioni comunque parziali che non riescono a compensare l’enorme ammanco di greggio che arriva sui mercati. I governi del G7, riunitisi d’urgenza, hanno messo sul tavolo l’ipotesi di un rilascio coordinato delle riserve strategiche, una mossa che potrebbe immettere fino a quattrocento milioni di barili per calmierare i prezzi, ma che al momento ha soltanto mitigato, senza far rientrare, la corsa dell’oro nero.
Il paradosso delle previsioni e il rincaro dei biglietti
In un contesto di tale incertezza, l’industria del trasporto aereo si trova a dover fare i conti con una duplice, pesantissima ipoteca. Da un lato, l’aumento immediato del costo del carburante, che rappresenta una delle voci di spesa più significative per qualsiasi vettore, comprime i margini e rende inevitabile ipotizzare un imminente ritocco al rialzo dei prezzi dei biglietti. Dall’altro, la chiusura di spazi aerei e la necessità di pianificare rotte più lunghe per evitare le zone di conflitto aggravano ulteriormente una situazione operativa già complessa e costosa. Eppure, nel mezzo di questo scenario fosco, emerge una voce fuori dal coro destinata ad alimentare un dibattito già acceso. In un recente report, gli analisti di Barclays hanno rivisto al rialzo il rating su alcuni vettori europei, scommettendo su un altrettanto drastico quanto rapido calo del prezzo del cherosene, che secondo le loro proiezioni dovrebbe materializzarsi non appena la campagna aerea sull’Iran mostrerà segni di rallentamento o, auspicabilmente, di cessazione. Un paradosso solo apparente, questo, che porta con sé una lettura molto precisa della situazione: la banca d’affari prevede una normalizzazione del prezzo del carburante già a partire dal terzo trimestre del 2026, con il costo per tonnellata che dagli attuali livelli stratosferici dovrebbe scendere a settecentocinquanta dollari, per poi assestarsi successivamente attorno ai settecento. Una previsione che, se da un lato ha portato Barclays a migliorare il giudizio su colossi come IAG, Air France-KLM, Lufthansa e Finnair, dall’altro non cancella la preoccupazione per l’immediato presente.
La mossa di Barclays, che ha portato IAG a “overweight” e le altre tre citate a “equal weight”, si basa sulla convinzione che l’attuale fiammata dei prezzi sia destinata a esaurirsi con la stessa velocità con cui si è generata, una volta che le operazioni militari entreranno in una fase meno intensa. Un ragionamento che, sebbene fondato su solide basi analitiche, si scontra con la dura realtà dei fatti: nella sola notte tra domenica e lunedì, il prezzo del Brent è balzato oltre la soglia psicologica dei centodieci dollari, e la riapertura dello Stretto di Hormuz, condizione necessaria per qualsiasi normalizzazione, appare al momento una prospettiva lontana e comunque subordinata agli sviluppi di un conflitto la cui fine, nonostante le ottimistiche dichiarazioni del presidente Trump sui prezzi del petrolio destinati a calare rapidamente, non è all’orizzonte. La stessa Barclays, d’altronde, ha messo in guardia gli investitori dal rischio che la domanda di viaggi, specialmente quella proveniente dagli Stati Uniti, possa subire un contraccolpo proprio a causa del drenaggio di reddito disponibile provocato dagli alti costi energetici, un monito che suona come una minaccia concreta per la ripresa del settore. Il guadagno straordinario che le compagnie europee avevano ottenuto dall’interruzione dei vettori del Golfo, prosegue il report, si sta già dissolvendo con la ripresa delle loro operazioni, rendendo il panorama ancora più complesso da decifrare.
Mentre i trader osservano l’andamento del future sul petrolio greggio Wti con scadenza ad aprile, balzato in poche ore a oltre centoquattro dollari, le compagnie aeree di tutto il mondo trattengono il fiato. L’aumento del prezzo del carburante, che si traduce in un rincaro immediato dei costi operativi, lascia presagire che il peso di questa nuova crisi ricadrà, ancora una volta, sulle spalle dei passeggeri. La chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz, le difficoltà di attraversamento per le navi, il taglio delle forniture da parte di alcuni produttori: sono tutti tasselli di un mosaico che disegna un futuro di tariffe in salita e di margini sempre più risicati per i vettori. La seduta pesante sui listini di Wall Street e delle piazze asiatiche non è che il primo, inequivocabile sintomo di una tempesta perfetta che si è abbattuta sul settore, lasciando a terra, insieme ai titoli azionari, anche le speranze di una stagione di voli low cost.




