Stretto di Hormuz bloccato e voli cancellati, la guerra ridisegna le rotte tra Europa e Asia
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Redazione Esteri
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L’operazione militare condotta da Israele e Stati Uniti contro l’Iran ha innescato una reazione a catena che sta paralizzando il traffico aereo e marittimo in tutto il Medio Oriente. I cieli della regione, da giorni sostanzialmente deserti, raccontano meglio di qualsiasi comunicato ufficiale la gravità dell’escalation in corso: la chiusura immediata degli spazi aerei di Teheran e Baghdad – una misura precauzionale adottata per evitare rischi ai voli civili – ha costretto le compagnie aeree di mezzo mondo a cancellare centinaia di collegamenti o a ridisegnare rotte intercontinentali ormai impraticabili. Il corridoio del Caucaso, che attraversa Turchia, Georgia, Armenia e Azerbaigian, è diventato l’unica via di fuga per chi cerca di collegare l’Europa all’Asia, un imbuto nel quale si concentra un traffico aereo che normalmente si distribuiva su direttrici ben più ampie. E la fragilità di quest’unica alternativa è emersa con chiarezza nelle ultime ore, quando un attacco con un drone, che fonti azere attribuiscono all’Iran, ha preso di mira l’aeroporto di Nakhchivan, nell’exclave azera incastonata proprio tra i confini iraniano, turco e armeno.
L’assedio marittimo e la resa dei conti sullo Stretto di Hormuz
Se nei cieli il caos si misura in miglia di deviazione e ore di ritardo, sul mare la tensione ha assunto i contorni di un assedio vero e proprio. Il dei Guardiani della Rivoluzione Islamica, i Pasdaran, ha di fatto chiuso lo Stretto di Hormuz, quel sottile braccio di mare che separa la penisola arabica dalle coste iraniane e attraverso il quale, in tempi normali, transita circa un quinto del petrolio mondiale movimentato via mare. Il blocco, inizialmente annunciato come una misura di ritorsione, ha trasformato una delle rotte commerciali più strategiche del pianeta in un vicolo cieco. Il Joint Maritime Information Center, l’organismo che monitora la sicurezza nella navigazione, ha certificato il quasi totale azzeramento dei transiti: nelle ultime ventiquattro ore solo due navi cargo, e nessuna petroliera, hanno osato attraversare lo stretto, laddove in condizioni normali se ne conterebbero circa centotrentotto. Decine di imbarcazioni, cariche di greggio e gas naturale liquefatto, restano alla deriva o ancorate nei porti del Golfo, in attesa che la valutazione della minaccia, giudicata ormai “critica” dagli analisti, possa rientrare. La compagnia danese Maersk, leader mondiale nel trasporto containerizzato, ha già sospeso i suoi servizi FM1 e ME11, che collegano rispettivamente l’Estremo Oriente al Medio Oriente e quest’ultimo all’Europa, una decisione presa per garantire la sicurezza degli equipaggi ma che getta un’ombra lunga sulle catene di approvvigionamento globali.
Il prezzo del conflitto corre sulle ali del greggio
Le conseguenze economiche di questa paralisi sono immediate e si riversano direttamente sui mercati energetici e, a valle, sulle tasche dei consumatori. Il presidente di Unem, Gianni Murano, intervenuto alla Commissione allerta prezzi convocata dal ministro delle Imprese e del Made in Italy, ha fornito dati allarmanti: dall’ultimo fine settimana il prezzo internazionale del gasolio è lievitato di trecentocinquanta dollari a tonnellata, un incremento del quarantasette per cento che si traduce in ventisei centesimi di euro in più per ogni litro alla pompa. La benzina, nello stesso arco di tempo, ha registrato un rincaro di centoquaranta dollari a tonnellata, pari a dieci centesimi al litro. Queste tensioni, come ha spiegato Murano, non sono solo il riflesso del blocco nello Stretto di Hormuz, ma si sommano a una situazione già compromessa dal precedente blocco delle importazioni dalla Russia, che forniva all’Europa circa dieci milioni di tonnellate di prodotti petroliferi. L’Italia, pur importando la quota maggiore del proprio greggio dall’Africa – con la Libia in testa – e da Paesi come l’Azerbaijan e il Kazakistan, non è immune: il dodici per cento delle sue forniture arriva proprio dal Medio Oriente, in particolare da Iraq e Arabia Saudita, e qualsiasi scossone sui prezzi internazionali si ripercuote inevitabilmente sul mercato interno, a prescindere dalla provenienza diretta del greggio importato.
Lo spostamento del traffico e i diritti dei viaggiatori
Sul fronte aeronautico, la risposta alla crisi sta mettendo a dura prova la capacità di resilienza dell’intero sistema. L’aeroporto di Dubai, uno degli scali più congestionati al mondo, aveva visto una paralisi quasi totale, salvo una minima ripresa delle attività nelle ore successive; quello di Muscat, in Oman, si è trasformato in uno snodo di emergenza per chi tenta di lasciare l’area del Golfo. L’operatore svizzero LunaJets ha ricevuto oltre ottocento richieste di evacuazione in poche ore, provenienti sia da privati che da governi, riuscendo però a organizzare soltanto due voli charter verso Istanbul e Atene, con posti venduti a più di duemilacento dollari a passeggero. In questo scenario di emergenza, l’Italia ha attivato le tutele previste dal Codice del Turismo: l’escalation del conflitto rientra a tutti gli effetti nelle “circostanze inevitabili e straordinarie” che consentono ai viaggiatori di recedere dal contratto di pacchetto turistico senza il pagamento di penali, ottenendo il rimborso integrale delle somme versate. Lo stesso principio vale per i biglietti aerei, dove il Regolamento europeo garantisce assistenza – pasti, bevande e, se necessario, pernottamenti – e il rimborso del biglietto, pur non prevedendo le compensazioni aggiuntive da duecentocinquanta a seicento euro, proprio perché la guerra è considerata una circostanza eccezionale che esonera il vettore da quell’obbligo.




