Lo stretto di Hormuz è zona di guerra, il traffico navale si è quasi azzerato

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il silenzio radio, in questo caso, lo raccontano i dati: nelle ultime ventiquattr’ore, da quelle acque strette tra la costa iraniana e la penisola arabica sono transitate soltanto due navi cargo, nessuna delle quali era una petroliera. Un numero che stride violentemente con la media storica, attestata attorno ai centotrentotto transiti giornalieri, e che certifica di fatto il blocco dello stretto di Hormuz, il collo di bottiglia più strategico al mondo per il trasporto dell’oro nero e del gas liquefatto. Il Joint Maritime Information Center (JMIC), il gruppo navale multinazionale che monitora la situazione in Medio Oriente, ha diffuso l’ultimo aggiornamento parlando senza mezzi termini di “pausa temporanea pressoché totale del traffico commerciale di routine”, una sospensione che non deriva da una chiusura legale formale – la quale, si precisa, non è stata universalmente riconosciuta – bensì da un intreccio letale di minacce concrete alla sicurezza, incertezza operativa e, aspetto forse ancor più dirimente, vincoli assicurativi divenuti insormontabili.

Mille navi bloccate, venticinquemila marinai in trappola

La conseguenza diretta di questa impasse è la cristallizzazione di un’enorme flotta mercantile. Sono circa mille le imbarcazioni, tra petroliere, portacontainer e cargo di varia natura, che giacciono ferme all’ancora, alla deriva o ormeggiate nei porti del Golfo Arabico, in una sorta di ingorgo statico che ha trasformato una delle rotte più trafficate in un parcheggio galleggiante. La stima del valore di questi beni, elaborata dalla Lloyd's Market Association di Londra, è da capogiro: si parla di oltre venticinque miliardi di dollari, una somma che dà la misura dell’esposizione economica e finanziaria della crisi. Di queste navi, circa la metà trasporta petrolio e gas, il che significa che una fetta consistente dell’offerta energetica mondiale è di fatto congelata in una zona calda, in attesa di capire se e quando si potrà riprendere il mare. Non si tratta, però, di un problema che riguarda solo i cargo e i noli. Il costo umano è altissimo: secondo l’Organizzazione marittima internazionale, l’agenzia Onu competente, ci sono circa ventimila marittimi e quindicimila passeggeri di navi da crociera intrappolati in quest’area dichiarata “zona di operazioni belliche” dal settore marittimo internazionale, una designazione che, per quanto drammatica, offre almeno tutele contrattuali maggiori agli equipaggi, come il diritto di rifiutare l’imbarco e il rimpatrio a spese dell’armatore.

La ragnatela assicurativa e il nodo delle coperture

Se le mine e i missili sono la minaccia visibile, è però nei corridoi delle compagnie di assicurazione che si sta giocando la partita forse più decisiva per il futuro della navigazione in quelle acque. Diversi P&I Club internazionali, i colossi che forniscono la copertura per la responsabilità civile e i rischi di guerra agli armatori, hanno iniziato a ritirare le loro garanzie per l’area che include lo stretto di Hormuz, il Golfo di Oman e il Golfo Persico. La decisione, che diventerà effettiva a breve, significa che chi vorrà attraversare quelle acque dovrà farlo senza la protezione assicurativa standard, o al massimo con polizze integrative dai costi proibitivi e soggette ad approvazioni caso per caso. In questo quadro di progressivo ritiro del mercato londinese, che tradizionalmente domina questo settore, si è inserita la Casa Bianca. Il presidente Trump, come riferito dalla portavoce Karoline Leavitt, ha annunciato che la U.S. International Development Finance ration fornirà assicurazioni contro il rischio politico per le petroliere e le navi cargo che operano nel Golfo, aggiungendo che, se necessario, la marina statunitense potrà scortare i mercantili per garantire la sicurezza delle rotte energetiche globali. Un’iniziativa che è stata accolta con favore dalla Lloyd’s Market Association, la quale rappresenta gli assicuratori londinesi, segno tangibile di quanto il problema delle coperture stia diventando il vero collo di bottiglia dopo quello fisico dello stretto.

Reazioni a catena e rischi collaterali nel Golfo

L’interruzione pressoché totale dei transiti non è, del resto, priva di conseguenze anche al di là del blocco navale in sé. Il JMIC ha segnalato, nelle ultime ore, incidenti che hanno coinvolto navi come la MSC Grace e la Sonangol Namibe nel Golfo Persico e al largo dell’Iraq, episodi che confermano la persistenza di un pericolo cinetico attivo, fatto di missili e droni, che si estende ben oltre le acque immediatamente adiacenti allo stretto. A ciò si aggiungono le interferenze elettromagnetiche e lo spoofing dei sistemi di identificazione AIS, che complicano ulteriormente la navigazione e aumentano il rischio di collisioni, specie in un contesto di congestione portuale senza precedenti. E se i grandi vettori globali, come la cinese Cosco e la danese Maersk, hanno già sospeso le prenotazioni e i transiti attraverso l’area, il contraccolpo si riverbera sulle economie locali e sulle catene di approvvigionamento globali, con tempi di percorrenza che si allungano e noli che inevitabilmente lievitano. L’incendio segnalato presso la struttura BAPCO in Bahrein, sebbene non sia stato ufficialmente collegato agli attacchi, aggiunge un ulteriore tassello a un mosaico di instabilità che tiene il mondo col fiato sospeso.

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