Petrolio e gas alle stelle, borse giù: l’effetto Hormuz sull’economia
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Redazione Economia
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L’avvio di seduta a New York ha registrato un balzo del prezzo del petrolio nell’ordine del 7%, un’impennata che trova la sua ragione d’essere nelle crescenti tensioni in Medio Oriente e, in particolare, nella minaccia incombente sullo Stretto di Hormuz, quel passaggio obbligato per un quinto dell’offerta mondiale di greggio. I mercati finanziari europei, dal canto loro, hanno aperto in profondo rosso, con Piazza Affari che ha fatto segnare la performance peggiore, cedendo oltre quattro punti percentuali e meccanismo che ha innescato vendite a catena sugli altri listini del Vecchio continente, da Madrid a Francoforte, da Parigi a Londra, tutte ampiamente in territorio negativo. Se il greggio West Texas Intermediate si mantiene stabilmente sopra la soglia psicologica dei 75 dollari al barile, sospinto dalla paura di un conflitto che potrebbe allargarsi e coinvolgere direttamente le infrastrutture energetiche dei paesi del Golfo, l’attenzione degli analisti si concentra sulle possibili ripercussioni per l’economia globale, già alle prese con dinamiche inflattive tutt’altro che domate. A questo si aggiunge il rally inarrestabile del gas, la cui quotazione ha sfondato il tetto dei 60 euro al megawattora, alimentato non solo dalle medesime ragioni geopolitiche ma anche da un dato allarmante: le scorte europee, infatti, sono ai minimi dal 2018, una circostanza che rende il continente particolarmente vulnerabile a qualsiasi interruzione delle forniture, specialmente in questa fase dell’anno in cui gli stoccaggi si sarebbero dovuti trovare a livelli ben più rassicuranti.
L’incubo Hormuz e la corsa dell’oro nero
Il timore di un blocco dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita quotidianamente una percentuale rilevantissima del greggio destinato ai mercati internazionali, rappresenta il vero motore di questa impennata. L’ipotesi, tutt’altro che remota in un contesto bellico, che l’Iran possa tentare di ostruire il passaggio delle petroliere ha scatenato una corsa all’acquisto di barili, con il WTI che ha visto incrementare il proprio valore in maniera significativa nell’arco di poche sedute, superando ampiamente quella soglia dei 70 dollari che gli operatori considerano un termometro sensibile della stabilità dell’area. È una dinamica, questa, che non riguarda esclusivamente gli Stati Uniti, visto che il Brent del Mare del Nord, riferimento per l’Europa, ha seguito un analogo percorso di crescita, alimentando aspettative di un’inflazione importata che potrebbe frenare la ripresa. Le compagnie di navigazione, dal canto loro, hanno già cominciato a dirottare le proprie navi su rotte alternative, più lunghe e costose, un costo che invariabilmente si rifletterà sul prezzo finale dei carburanti e, a cascata, su quello di beni di consumo e materie prime.
Piazza Affari maglia nera e la fuga dai rischi
Se i listini europei bruciavano percentuali consistenti del loro valore, Milano si è distinta in negativo con un calo del 3,92% a fine giornata, un dato che racconta di una fiducia degli investitori messa a dura prova dalla prossimità geografica al conflitto e dall’elevata dipendenza dell’Italia dalle importazioni di energia. La caduta libera delle Borse, in questo contesto, non è che il riflesso di una rivalutazione al ribasso delle prospettive di crescita: quando il costo dell’energia sale in maniera così repentina, le imprese vedono comprimersi i margini e i consumatori perdono potere d’acquisto, innescando una spirale che frena gli investimenti e i consumi. Parallelamente, si è assistito a una fuga dai titoli considerati più rischiosi e a una contestuale ricerca di rifugio nei titoli di Stato, sebbene con dinamiche differenziate che hanno portato a un allargamento dello spread tra Btp e Bund, segno di una percezione differenziata del rischio all’interno dell’Eurozona.
Gas al massimo e scorte Ue ai minimi storici
Parallelamente al petrolio, l’altra grande preoccupazione per l’Europa arriva dal fronte del gas naturale. Le quotazioni sulla piazza di Amsterdam, il cosiddetto TTF, hanno toccato livelli che non si vedevano da tempo, spingendosi oltre quota 60 euro per megawattora, un balzo percentuale a doppia cifra che ha colto di sorpresa molti operatori. Il motivo principale è duplice: da un lato, come detto, la crisi in Medio Oriente minaccia le rotte di approvvigionamento del gas naturale liquefatto, in particolare quelle provenienti dal Qatar, uno dei principali esportatori globali; dall’altro, l’Europa arriva a questo appuntamento con il fiato corto, essendo i livelli degli stoccaggi scesi ben al di sotto delle medie stagionali, attestandosi ai valori più bassi da marzo del 2018. Una combinazione micidiale, questa, che espone il continente a un inverno, per quanto agli sgoccioli, ancora potenzialmente freddo, con il rischio concreto di dover attingere a riserve già ampiamente prosciugate e di dover pagare prezzi sempre più alti per attrarre carichi di Gnl sul mercato spot, in competizione con acquirenti asiatici ben disposti a spendere pur di garantirsi la materia prima.




