Netanyahu vola da Trump, mentre su Gaza la distanza con Washington si allarga
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Redazione Esteri
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Il premier israeliano Benjamin Netanyahu si prepara a partire per gli Stati Uniti, dove lunedì incontrerà il presidente Donald Trump nella residenza di Mar-a-Lago, in Florida. L'agenda del viaggio, che prevede anche un colloquio con il segretario di Stato Marco Rubio, è dominata dalle complesse questioni legate al futuro di Gaza, su cui le posizioni dei due alleati mostrano, per la prima volta in modo netto, una frattura strategica. Il cessate il fuoco, infatti, fatica a consolidarsi – come dimostrano le esplosioni notturne di razzi segnalate da Gaza – mentre il dibattito su ciò che deve seguire alla tregua evidenzia priorità divergenti tra Tel Aviv e Washington.
Il dissenso strisciante sulla ricostruzione
La cosiddetta “fase due” del piano per la Striscia, che dovrebbe condurre a un nuovo assetto di sicurezza e governance, si annuncia già in salita a causa di un disaccordo profondo sui tempi e sulla sequenza delle operazioni. Da una parte, l’amministrazione Trump spinge per un’accelerazione che porti rapidamente all’insediamento di un governo tecnocratico e al dispiegamento di una forza internazionale, elementi considerati propedeutici a un vero processo di ricostruzione. Dall’altra, Israele mantiene una linea più cauta, insistendo sulla necessità di garantire, prima di qualsiasi altro passo, la completa neutralizzazione della minaccia militare di Hamas, il cui disarmo rappresenta una condizione non negoziabile.
Un vertice sotto pressione
Il faccia a faccia tra i due leader, che segue di poco l’incontro di Trump con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, avviene dunque in un clima di tensione non dissimulata. L’obiettivo dichiarato del presidente americano è quello di ricucire uno strappo diplomatico divenuto ormai evidente, tentando di riallineare le posizioni su una road map condivisa. Netanyahu, dal canto suo, arriva al vertice con la necessità di difendere la propria autonomia decisionale in materia di sicurezza, mentre sul campo le operazioni militari, sebbene ridotte, non si sono completamente fermate e gli scambi di ostaggi con prigionieri palestinesi – fulcro della prima fase della tregua – procedono tra difficoltà e reciproche accuse di violazioni.
L’incognita Somaliland e gli equilibri regionali
Oltre al dossier Gaza, che rimane centrale, i colloqui toccheranno anche la spinosa questione del Somaliland, un ulteriore tassello nel complesso scacchiere mediorientale e africano dove gli interessi strategici delle due nazioni non sempre coincidono. Questo argomento, sebbene di minore visibilità mediatica, contribuisce a delineare un quadro di relazioni bilaterali che, al di là delle solidissime fondamenta, non sono esenti da attriti. Il vertice di Mar-a-Lago si configura pertanto non come una mera formalità, bensì come un momento cruciale per testare la resilienza di un’alleanza chiamata a navigare in acque sempre più agitate, mentre la popolazione di Gaza attende segnali concreti su un futuro che appare ancora indefinito e lontano.




