Il governo italiano verso il rifiuto del "Board of Peace" di Trump, la Costituzione come scudo
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Redazione Esteri
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Il Board of Peace, organismo internazionale promosso con decisione dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump e la cui cerimonia di varo è prevista a margine del Forum di Davos, si scontra con un ostacolo politico significativo in Italia, dove l'ipotesi di adesione solleva forti perplessità. La questione, che trascende la semplice partecipazione per investire il campo dei principi fondamentali, ha spinto i leader dell'opposizione parlamentare a una presa di posizione netta, sollecitando pubblicamente il governo a declinare l'invito. Nel corso di un incontro con i rappresentanti del Comitato per la Liberazione di Marwan Barghouti, tenutosi a Montecitorio, le voci della leader del Partito Democratico Elly Schlein e di quello del Movimento Cinque Stelle Giuseppe Conte si sono levate per un secco "no", definendo l'iniziativa, non a caso, una sorta di "Onu a pagamento" e sottolineando come le condizioni per una partecipazione italiana non sussistano.
Il nodo costituzionale che blocca l'adesione formale
Proprio mentre a livello globale si discute degli invitati e degli assenti, una complessa partita diplomatica si gioca nei palazzi romani, dove l'esecutivo guidato da Giorgia Meloni valuta come muoversi in un contesto internazionale reso ancor più turbolento dalle recenti tensioni transatlantiche. La premier, che potrebbe comunque essere presente all'incontro di Davos, si trova di fronte a un bivio, il quale, tuttavia, sembra avere una via d'uscita già tracciata. Fonti vicine al governo, infatti, fanno riferimento a "perplessità di natura costituzionale condivise con il Quirinale", individuando nell'articolo 11 della Carta il principale scoglio giuridico. Tale norma, che recita il ripudio della guerra "come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali", offrirebbe al esecutivo lo strumento formale per astenersi dalla firma, trasformando un rifiuto politico in una mera questione di aderenza ai dettami costituzionali.
Una scelta di politica estera tra pressioni e princìpi
Questa mossa, qualora confermata, permetterebbe a Meloni di comporre un difficile equilibrio: da un lato, evitare di indispettire l'amministrazione Trump, giustificando la posizione italiana con un vincolo superiore e ineludibile; dall'altro, rispondere alle pressioni interne che vedono nell'adesione al Board un atto in contrasto con la tradizione di mediazione e multilateralismo della politica estera nazionale. La delicata fase, segnata peraltro da frizioni tra Washington e l'Unione Europea su dossier caldi come le minacce all'integrità territoriale della Groenlandia e l'annuncio di nuove tariffe doganali, mette infatti a dura prova il ruolo di interlocutrice privilegiata che il governo italiano intende mantenere. Appellarsi alla Costituzione rappresenta, in tale scenario, un argine sia giuridico che politico, una scialuppa di salvataggio per non essere trascinati in acque troppo agitate.
Le ombre di una partecipazione contestata
Al di là delle considerazioni di opportunità, rimangono diversi i nodi sostanziali dell'intera operazione che l'Italia, stando alle intenzioni attuali, preferirebbe osservare da fuori. La mancanza di chiarezza sui reali obiettivi e sul funzionamento concreto dell'organismo, unita al timore che esso possa operare in concorrenza o in contrasto con istituzioni multilaterali già esistenti come le Nazioni Unite, costituisce un altro elemento di forte critica. La definizione di "Onu a pagamento", coniata da Schlein, sintetizza efficacemente la diffidenza verso un progetto percepito come espressione di una visione meramente strumentale e selettiva della diplomazia internazionale. Al governo, quindi, non resta che navigare in queste acque insidiose, utilizzando la bussola della Carta fondamentale per tracciare una rotta che, in apparente controtendenza, potrebbe alla fine preservare degli spazi di autonomia.




