Adani punge la Juve e Vlahovic: “Quei soldi non li prendeva neanche Panatta”

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Dalla tribuna televisiva de La Domenica Sportiva, ancora una volta, arriva un affondo secco, quasi chirurgico, nei confronti della gestione economica della Juventus. Lele Adani, ex difensore dalla parlata sempre misurata ma mai banale, ha deciso di inquadrare il nodo Dusan Vlahovic da una prospettiva inusuale, quella che mescola il presente delle trattative con un’icona del passato sportivo italiano. Il centravanti serbo, appena tornato decisivo con la rete al Lecce – un gol che vale tre punti e riporta i bianconeri momentaneamente al terzo posto, scavalcando Roma e Milan in piena zona Champions – è al centro di un braccio di ferro contrattuale. Il suo ingaggio, si dice, lievita verso cifre da doppia cifra milionaria, e proprio lì Adani ha piantato il suo bisturi.

“A me sembra che tutti siano piuttosto felici di Vlahovic, del suo modo di giocare e delle reti che realizza”, ha esordito l’opinionista. E fin qui, nulla da eccepire. Il problema, però, secondo la sua analisi, non risiede nel valore tecnico del giocatore – che pure ha ritrovato continuità segnando nelle ultime due uscite – bensì in una voce di bilancio diventata ormai pesantissima. “Il nodo è l’aspetto economico”, ha tagliato corto Adani, per poi lasciare cadere una perla destinata a fare rumore: “Perché 12 milioni – ha detto, riferendosi alla richiesta o all’ingaggio percepito dall’attaccante – non li prendeva neanche Panatta 50 anni fa”. Il riferimento a Adriano Panatta, leggenda del tennis italiano e vincitore del Roland Garros nel 1976, non è casuale. Serve a fotografare un’inflazione dei costi del calcio che, agli occhi dell’ex difensore di Inter e Fiorentina, ha superato ogni ragionevole soglia.

Il paradosso di un rinnovo che passa solo dal campo (e dalla Champions)

La Juventus, dal canto suo, prepara le grandi mosse estive con un occhio sempre vigile verso la Premier League, ma la priorità immediata resta la riconquista del quarto posto. Senza la qualificazione alla prossima Champions League, trattenere Vlahovic con quelle cifre diventerebbe un azzardo contabile difficilmente sostenibile. La società bianconera lavora al rinnovo, certo, ma le trattative restano apertissime e il futuro del serbo è tutt’altro che blindato. Lui, intanto, ha ritrovato la forma migliore: una rete in ognuna delle ultime due partite, un impatto decisivo sulla corsa europea. E proprio questa ritrovata incisività rischia di alzare ulteriormente il prezzo del suo cartellino e dell’ingaggio richiesto.

Quell’assenza di appartenenza che non si discute (ma si intuisce)

Più sfumato, ma altrettanto interessante, il sottotesto dell’intervento di Adani. L’opinionista, senza mai pronunciare parole grosse, ha lasciato intendere che nella formazione di Massimiliano Allegri – di cui non si nomina il ruolo per evitare incertezze, ma che siede sulla panchina bianconera – esista una carenza di fondo. Non tanto tattica, quanto emotiva. Una sorta di scarsa identificazione con i colori che si indossano, un senso d’appartenenza che altrove, forse, è più radicato. Nemmeno un attacco frontale, piuttosto una constatazione strisciante: quando un calciatore percepisce cifre da capogiro, la sua priorità potrebbe non essere più la maglia, ma il contratto. E la differenza, in campo, prima o poi si vede.

Il parallelo con Panatta, cinquant’anni fa, serve proprio a ricordare che un altro sport, un’altra epoca, un altro rapporto tra atleta e tifoseria erano possibili. L’ex tennista vinceva tornei del Grande Slam senza percepire quelle cifre, eppure la sua leggenda è intatta. Il calcio moderno, quello di Vlahovic e dei 12 milioni, viaggia su un altro pianeta. Resta da capire se la Juventus vorrà – o potrà – permettersi questo luscio, e se il giocatore accetterà di restare senza quella cifra. Per ora, Adani ha semplicemente messo il dito nella piaga, lasciando che il dibattito si accenda da solo.

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