A processo in appello per l’omicidio di Manuel Mastrapasqua, Daniele Rezza prova a chiedere “scusa e perdono” ma la madre esplode: “Stai zitto”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Ha aspettato di essere ammesso alle dichiarazioni spontanee, all’inizio della prima udienza del processo d’appello che dovrà confermare o rivedere il verdetto di primo grado. Daniele Rezza, il ventunenne condannato a ventisette anni di reclusione nel luglio del 2025 per aver ucciso Manuel Mastrapasqua a Rozzano, ha provato a rivolgersi direttamente ai familiari della vittima, presenti in aula. Con poche parole, misurate e forse soppesate durante i mesi di detenzione, ha detto di provare “dispiacere verso la famiglia”, aggiungendo che non voleva “togliergli la vita”, una precisazione, quella sull’intenzione, che da sola riassume la distanza incolmabile tra l’atto compiuto e la volontà dichiarata. “Posso dire tante volte scusa”, ha proseguito, “ma ho capito in questo anno e mezzo che non posso dare indietro un figlio, un fratello”. Un tentativo di espiazione verbale, il suo, che si è infranto quasi subito contro la reazione della madre di Manuel, la quale, da uno dei banchi, ha gridato con forza “stai zitto”, esprimendo tutto il rifiuto per quelle parole percepite come tardive e comunque inadeguate rispetto alla ferita subita.

La richiesta di perizia psichiatrica e il nodo dell’imputabilità

Al centro dell’udienza, oltre al tentativo di dialogo dell’imputato con i familiari di Mastrapasqua, c’è stata un’istanza precisa della difesa: ottenere una perizia psichiatrica che faccia luce sulla capacità di intendere e di volere di Rezza al momento del fatto. Secondo i legali del giovane, che all’epoca dell’omicidio era appena diciannovenne, esisterebbe una “disregolazione delle funzioni emotive” tale da provocare reazioni sproporzionate e un deficit nel controllo degli impulsi, una condizione che inquadrerebbero come patologia psichiatrica. La Corte d’Assise d’Appello, chiamata a pronunciarsi sulla richiesta, ha ascoltato le posizioni contrastanti delle altre parti in causa: la sostituta procuratrice generale Olimpia Bossi si è espressa per un rigetto dell’istanza, sostenendo che l’incapacità di gestire la rabbia, per quanto grave, configurerebbe piuttosto i tratti di un carattere “aggressivo e immaturo”, senza che dai documenti agli atti emerga alcuna evidenza clinica di un disturbo mentale concreto. L’avvocata Roberta Minotti, che rappresenta la famiglia Mastrapasqua, ha ribadito come il funzionamento cognitivo dell’imputato fosse nella norma, citando persino una sua affermazione – “ho preso 27 anni per una coltellata” – come prova di una piena consapevolezza del disvalore delle proprie azioni.

Le motivazioni della condanna in primo grado e il contesto del delitto

La sentenza di primo grado, emessa dalla Corte d’Assise presieduta dalla giudice Antonella Bertoja, aveva riconosciuto per Rezza la continuazione tra i reati di omicidio e rapina, escludendo l’aggravante del nesso teleologico – quella che lega strettamente l’uccisione al fine di commettere il furto – ma mantenendo quelle dei futili motivi e della minorata difesa, con le attenuanti generiche dichiarate equivalenti alle aggravanti. Nelle motivazioni, i giudici avevano sottolineato come la giovane età e l’immaturità avessero influito sulla condotta irruenta, ma avevano al contempo respinto con fermezza la tesi, avanzata in fase di requisitoria dalla Procura, che volesse considerare il disagio socio-ambientale di Rozzano come una circostanza tale da giustificare uno sconto di pena, definendo un simile approccio “odioso pregiudizio” nei confronti di un intero territorio. La notte dell’11 ottobre 2024, fu proprio in quel contesto, in viale Romagna, che Manuel, reduce da un turno di lavoro in un supermercato, incrociò Rezza, il quale gli si avvicinò con l’intenzione di rapinarlo di qualsiasi oggetto di valore, finendo per sferrargli una coltellata vicino al cuore. Un’aggressione fulminea, come raccontato in precedenza dallo stesso legale di parte civile, che non diede alla vittima nemmeno il tempo di difendersi.

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