Libia, ucciso a Zintan Saif el Islam Gheddafi. L'inchiesta e le ombre sulla destabilizzazione
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Redazione Esteri
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La notizia, che ancora attende ricostruzioni definitive, si è diffusa con la forza di un'esplosione attraverso le aride pianure della regione di Zintan: Saif el Islam Gheddafi, il secondogenito dell'ex leader Muammar, è stato assassinato da un commando. L'ufficio del Procuratore generale libico, il giorno dopo le prime voci, ha confermato la dinamica, asciutta e terribile, dichiarando che la morte è avvenuta a causa di ferite da arma da fuoco e annunciando l'apertura di un'indagine formale. La magistratura, dunque, cerca di fare luce su un episodio che rischia di scuotere ulteriormente un Paese già lacerato da oltre un decennio di conflitti e divisioni, mentre il capo del consiglio presidenziale invocava, forse con timore, una moderazione che appare un miraggio in un panorama così instabile.
La figura ambiziosa e il progetto politico interrotto
La parabola di Saif el Islam, la cui influenza negli anni si era trasformata più volte, era recentemente approdata a un ambizioso, sebbene oscuro, progetto di riunificazione nazionale. L'uomo, un tempo noto per uno sfarzo principesco che includeva, come si raccontava, l'allevamento di una tigre bianca nei giardini di Tripoli e per una formazione accademica internazionale, si era ritagliato un ruolo di riferimento per alcune delle forze che anelano a un ritorno a un centro di potere forte e unitario. La sua scomparsa violenta rappresenta, in questo senso, quello che diversi osservatori definiscono una decapitazione significativa di quanto restava dell'ex regime, privando un certo fronte di una figura simbolica e operativa attorno alla quale si erano coagulati consensi e interessi, anche stranieri.
Le ripercussioni internazionali e il colpo per Mosca
Proprio la dimensione internazionale del caso emerge con prepotenza, poiché l'omicidio del figlio di Gheddafi infligge un nuovo, grave colpo agli interessi strategici della Russia in Libia. Mosca, che ha mantenuto per anni legami profondi con l'ex establishment del colonnello, vedeva infatti in Saif el Islam un punto di riferimento alternativo e complementare rispetto all'uomo forte dell'est, Khalifa Haftar. La sua figura era osservata con attenzione come possibile cardine di un diverso equilibrio di potere, capace di attrarre consensi in regioni e tra fazioni dove l'influenza di Haftar non è totale. La rimozione violenta di questa opzione politica costringe ora il Cremlino a ricalibrare le sue alleanze e le sue mosse in un teatro già di per sé estremamente volatile, mentre i governi e le milizie locali restano in uno stato di allerta elevatissima.
Un Paese diviso sull'impatto dell'accaduto
All'interno della Libia, le reazioni alla morte di Gheddafi riflettono le profonde spaccature che attraversano la società. Se da una parte c'è chi teme che questo sangue possa innescare una nuova spirale di vendette e destabilizzazione, dall'altra non mancano coloro che considerano l'evento come la chiusura definitiva di un'epoca, seppur in modo brutale, e forse come l'eliminazione di un fattore di ingombro per altri progetti politici. Le indagini della procura procedono in un clima di massima tensione, con la difficoltà oggettiva di operare in un territorio frammentato e controllato da gruppi armati, il cui coinvolgimento nell'accaduto è oggetto di ogni sorta di congettura. Quel che è certo è che la "Spada dell'Islam", come recitava il suo nome, è stata spezzata, lasciando dietro di sé un vuoto di potere e una lunga scia di domande ancora senza risposta.




