Referendum, l'asse anomalo del No: dagli antagonisti agli islamisti per fare fuori il governo
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Redazione Interno
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La campagna per il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo, che sottoporrà al giudizio degli elettori la riforma della giustizia voluta dalla maggioranza, sta assumendo i contorni di una mobilitazione che travalica il perimetro della dialettica politica tradizionale. Se da un lato il Partito Democratico e le forze di opposizione conducono la loro battaglia nei termini classici dello scontro parlamentare, preoccupandosi, come si legge nei loro documenti ufficiali, di difendere l'autonomia della magistratura da presunte ingerenze dell'esecutivo -1, dall'altro si osserva un fermento ben diverso. La macchina del No, infatti, vede convergere interessi e soggetti che poco hanno a che fare con la sottile arte del compromesso democratico, e che anzi sembrano muoversi seguendo logiche opposte e confliggenti con il dettato costituzionale. È il caso della rete antagonisti, storicamente avversa alle istituzioni, che ha fatto del voto contrario lo strumento per inseguire un obiettivo dichiarato e niente affatto nascosto: mandare a casa il governo di Giorgia Meloni, nonostante la presidente del Consiglio abbia più volte ribadito che l'esecutivo non cadrà, qualunque sia l'esito della consultazione.
La Mecca del consenso: l'appello dell'Ucoii al voto islamico
A gettare benzina sul fuoco di questa strana alleanza è stata, nelle ultime ore, una presa di posizione che arriva da uno dei vertici dell'islam organizzato in Italia. Roberto Hamza Piccardo, nome noto alle cronache per essere uno dei fondatori dell'Unione delle comunità islamiche in Italia (Ucoii), ha rotto gli indugi e ha lanciato un appello chiaro e diretto ai tre milioni di musulmani presenti sul territorio nazionale, o almeno a quella metà che, essendo in possesso della cittadinanza, è chiamata alle urne. Il messaggio, sintetizzato nel concetto di “convenienza”, è inequivocabile: ai fedeli dell'Islam viene chiesto di votare No per mantenere l'ordinamento giuridico così com'è, in quanto un'eventuale riscrittura delle norme sull'ordinamento giurisdizionale, che prevede tra l'altro la separazione delle carriere e il sorteggio dei membri del Csm, rappresenterebbe uno stravolgimento dell'equilibrio dei poteri che a loro giudizio, finora, ha garantito la democrazia. Una posizione, questa, che ha immediatamente sollevato più di un interrogativo sulle reali motivazioni che spingono certe anime del fronte del No a coalizzarsi, al di là della pur legittima dialettica tra riformisti e conservatori.
Il nodo dei Fratelli Musulmani e la strategia della sostituzione
L'endorsement di Piccardo, tuttavia, non può essere letto come una semplice opinione di un singolo leader religioso. Dietro di lui, e dietro l'Ucoii, si staglia l'ombra lunga della galassia dei Fratelli Musulmani, l'organizzazione transnazionale che, secondo diversi analisti, mira a un'islamizzazione graduale della società europea attraverso la penetrazione culturale e la creazione di élite politiche di riferimento. La strategia, come è stato osservato in contesti come quello francese e belga, non punta tanto alla rivolta armata quanto all'infiltrazione nei gangli vitali della società, per modificare dall'interno gli assetti laici e democratici. In questo senso, la richiesta di preservare l'attuale architettura giudiziaria italiana assume una valenza ben più profonda: si tratta di impedire che lo Stato si doti di strumenti più efficaci per controllare e, eventualmente, contrastare derive fondamentaliste, mantenendo invece quella zona grigia che finora ha permesso a certi predicatori d'odiio di operare indisturbati. Non a caso, dalle file di Fratelli d'Italia è partita una stoccata precisa: Sara Kelany, deputato e responsabile del dipartimento immigrazione del partito, ha chiesto pubblicamente alle sinistre, che pure fanno campagna per il No, di prendere le distanze da un sostegno che arriva da chi, come Piccardo, non ha mai nascosto simpatie per il regime iraniano e per organizzazioni considerate terroristiche.
Antagonisti in piazza e partiti in coalizione: il cortocircuito del No
Il paradosso, però, è proprio questo: mentre il Partito Democratico, attraverso le sue fondazioni e i suoi portavoce, spiega ai cittadini che il voto contrario serve a difendere la Carta fondamentale da un esecutivo che vorrebbe mettere la "pulce" nell'orecchio alla magistratura, in piazza si muovono ben altre coreografie. Gli antagonisti, da sempre avversi a qualsiasi forma di autorità costituita, si ritrovano a condividere la stessa barricata di chi, in nome di un islam politico radicale, vede nel caos istituzionale l'humus ideale per far crescere le proprie rivendicazioni identitarie. Si tratta di un cortocircuito non da poco, che mette a nudo la natura composita e per certi versi contraddittoria di un fronte che, pur di opporsi all'attuale inquilino di Palazzo Chigi, sembra disposto ad accettare l'appoggio di chiunque, anche di chi sogna una società retta dalla sharia e non dai principi del diritto romano. E se da un lato è vero che il voto è segreto e personale, dall'altro è innegabile che vedere i portavoce dell'Ucoii invitare i propri fedeli a recarsi ai seggi per respingere la riforma, usando la leva della "convenienza", getta un'ombra inquietante su una competizione che dovrebbe rimanere confinata al merito delle norme e non trasformarsi in un'occasione per mettere in discussione la tenuta stessa del sistema-Paese. Le piazze, del resto, si stanno già riempiendo di manifestazioni organizzate, a dimostrazione che la macchina del consenso negativo è partita a pieno regime.




