Il bancomat degli islamisti: dopo il caso Feltri inchiesta sui soldi ai musulmani
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Redazione Interno
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La condanna per "molestia discriminatoria" inflitta a Vittorio Feltri, direttore editoriale del Giornale, per le frasi sull'Islam pronunciate alla radio, costituisce soltanto l’episodio più recente di una vicenda che, come sostenuto dal giornale, disvelerebbe dinamiche di finanziamento più ampie. La sentenza, emessa su denuncia dell'Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione, ha imposto al giornalista il pagamento di ventimila euro, una somma che, per gli estensori dell’inchiesta, rappresenterebbe una quota irrisoria rispetto ai flussi economici che muoverebbero certi centri di assistenza legale. Alcuni di essi, viene suggerito, beneficerebbero di sostegni finanziari ingenti, fra i quali figurerebbe anche quello del noto finanziatore, ponendo una questione sull’origine dei fondi utilizzati per promuovere azioni giudiziarie.
L'attacco alla libertà di stampa: "Odio dai giornali, non dall'imam"
Paradossale appare, nella ricostruzione offerta, la sproporzione tra le reazioni giudiziarie suscitate dalle parole di un editorialista e quelle riservate a figure considerate una minaccia concreta per la sicurezza nazionale. L’avvocato Alberto Guariso, legale dell’Asgi, ha espresso pubblicamente una tesi che attribuisce al direttore un pericolosità superiore a quella dell’imam della moschea di Torino, espulso dal Viminale in quanto ritenuto una “minaccia attuale e grave per lo Stato”. Questa equiparazione, che ribalta le gerarchie della pericolosità sociale, è stata utilizzata per denunciare quello che viene percepito come un tentativo di limitare la libertà di critica attraverso un uso strumentale della legge penale, trasformando opinioni sgradite in reati.
La risposta simbolica: la colletta dei prosciutti
Alla condanna, Feltri ha replicato con un’iniziativa dal forte valore simbolico, lanciando una “colletta dei prosciutti” per raccogliere i ventimila euro necessari a pagare la multa. Questo gesto, chiaramente allusivo a una cultura alimentare estranea alla pratica islamica, intendeva essere una forma di protesta satirica contro quella che viene descritta come un’imposizione ideologica. L’appello ai lettori, definito un mezzo per “garantire un po’ di libertà di espressione”, ha mobilitato una parte del pubblico, evidenziando un conflitto che travalica il singolo caso e tocca il delicato equilibrio fra il diritto di satira e di espressione e le norme poste a tutela delle minoranze religiose.
Un precedente significativo: la condanna dell'Ordine
Il caso Feltri non è isolato nel panorama delle sanzioni a carico di giornalisti per espressioni critiche verso l’Islam. Un precedente rilevante risale al luglio 2016, quando un altro editorialista fu condannato dall’Ordine dei Giornalisti a due mesi di sospensione dalla professione per un corsivo dal Titolo “Perché l’Islam mi sta sul gozzo”. In quella circostanza, la colpa fu identificata nell’aver utilizzato un linguaggio ritenuto eccessivamente duro verso un sistema culturale, nonostante le precisazioni dell’autore, il quale argomentava che il problema non fossero i singoli fedeli ma il confronto tra visioni del mondo. Quella decisione, all’epoca definita severa rispetto alle consuetudini disciplinari, aveva già acceso un dibattito sui limiti del politically correct e sulla possibilità di discutere pubblicamente di certi temi senza incorrere in sanzioni professionali o giudiziarie, un dibattito che l’ultima sentenza riporta in primo piano.




