La morte di Saif al-Islam Gheddafi e i fili tra Libia, intelligence e un passato pesarese

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’uccisione di Saif al-Islam Gheddafi, avvenuta poche ore dopo un incontro a Parigi tra i vertici delle fazioni libiche in lotta, mediato dagli Stati Uniti, getta un’ombra lunga e calcolata sulla già instabile architettura geopolitica del Paese nordafricano. L’operazione, che alcuni osservatori interpretano non come un evento isolato ma come il probabile risultato di un’azione di intelligence straniera, sembra infatti tagliare con nettezza un nodo che da tempo imbrigliava le dinamiche di potere locali e internazionali. Eliminando l’ultimo erede politico riconosciuto del rais, la cui sola esistenza costituiva un simbolo ingombrante e un possibile polo di aggregazione per frange residuali del vecchio regime, si allontana definitivamente lo spettro di una restaurazione gheddafista, consegnando alle cronache, più che alla politica attiva, il cognome che per decenni ha identificato la Libia. Un esito, questo, che implicitamente favorisce sia il governo con sede a Tripoli che quello con base a Bengasi, i quali, nonostante le profonde divergenze, vedono scomparire un potenziale rivale scomodo, indebolendo al contempo l’influenza di Mosca, che in passato aveva mostrato interesse per alcune figure del vecchio establishment.

Le connessioni italiane e i ricordi di un'epoca

La tragica notizia, che arriva a distanza di anni dalla caduta di Muammar Gheddafi, ha rievocato anche in Italia, e in particolare nel pesarese, memorie di un periodo in cui i legami con la famiglia al potere erano stretti e fecondi. Come racconta Paolo Fabbrini di Sassocorvaro, che operava per conto di una società legata all’ex presidente della Vis Pesaro, quelle relazioni commerciali portarono alcuni imprenditori italiani fin dentro il cuore del potere, in circostanze a volte surreali e sospese nel tempo. "Arredammo il bunker di Gheddafi. Ci portarono lì incappucciati", ricorda Fabbrini, delineando un quadro di un rapporto che andava ben oltre la semplice transazione economica, toccando i livelli più alti della nomenklatura libica, compreso lo stesso Saif al-Islam, allora giovane e ambizioso volto di un possibile rinnovamento.

Il peso simbolico di un nome e il dottorato conteso

Quella di Saif al-Islam era una figura paradossale, capace di muoversi con disinvoltura, come notato tempo fa dal professore Fred Halliday della London School of Economics, tra i corridoi accademici di prestigiose istituzioni occidentali e gli intrighi del potere a Tripoli. Il suo percorso universitario, culminato in un dottorato ottenuto – secondo le accuse mosse da Halliday sul Guardian – grazie a cospicue donazioni, rappresenta bene la duplicità di un uomo che cercava di proiettare un’immagine di modernizzatore mentre restava saldamente ancorato al sistema familiare. Un uomo che, fino all’ultimo, pur nelle sue sfortune, disturbava la narrazione della "nuova" Libia, essendo lui stesso la prova vivente di quanto le radici del passato fossero ancora capaci di germogliare.

La fine di una terza via nel caos libico

Con la sua scomparsa violenta, svanisce ogni residua ipotesi, per quanto flebile, di una "terza via" libica, un progetto politico alternativo che potesse porsi al di fuori dello schema attuale che vede lo Stato spaccato tra il Governo di Unità Nazionale a Tripoli e il Governo di Stabilità Nazionale a Bengasi, quest’ultimo sostenuto dal maresciallo Khalifa Haftar. La morte di Saif al-Islam, per quanto attesa da molti, segna uno spartiacque definitivo: chiude un capitolo dinastico e, nello stesso istante, consegna il futuro della Libia alla difficile e conflittuale dialettica tra le due entità rivali, senza più la presenza di un simbolo che, pur evanescente, costituiva un elemento di disturbo e una possibile cartina di tornasole per malcontenti trasversali. Il Paese, dunque, si ritrova privato di un fantasma, ma resta immerso in quella complessità che da anni ne definisce l’esistenza frammentata.

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