Libia, ucciso in un agguato Saif al-Islam Gheddafi
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
La parabola dell'ultimo Gheddafi rimasto in Libia, il secondo figlio Saif al-Islam, si è conclusa con violenza in una zona del nord-ovest del paese, secondo quanto confermato da più fonti vicine alla famiglia e dal suo stesso avvocato. L'uomo, che per anni era stato il volto riformista e l'erede designato del colonnello Muammar Gheddafi, sarebbe stato colpito a morte da un commando di quattro uomini, come riportato da emittenti arabe che citano testimonianze dirette, in circostanze che le autorità locali non hanno ancora chiarito nei dettagli. La sua scomparsa, avvenuta in un'area dove le milizie esercitano un controllo spesso superiore a quello dello stato centrale, non fa che sottolineare il vuoto di potere e la frammentazione in cui versa la Libia da oltre un decennio.
Una figura simbolo tra passato e caos presente
Saif al-Islam, cinquantatreenne la cui popolarità aveva conosciuto alti e bassi dopo la caduta di Tripoli, rappresentava un anello di congiunzione – ingombrante per molti – con l'era precedente alla guerra civile. La sua candidatura, mai concretizzatasi a causa del rinvio cronico delle elezioni, alle presidenziali libiche dimostrava una resilienza politica notevole, nonostante il peso dell'incriminazione della Corte penale internazionale per crimini contro l'umanità, accuse che lui aveva sempre respinto. La sua figura, del resto, continuava a raccogliere un seguito non trascurabile in alcune regioni, dove una parte della popolazione associava il suo nome a un periodo di stabilità relativa, seppur ottenuta con il pugno di ferro.
Una vita in bilico dalla cattura del 2011
Da quando, nel novembre di quell'anno fatidico, fu catturato nel deserto mentre tentava di mettersi in salvo, la sua esistenza era diventata un susseguirsi di prigionie, trattative e semi-libertà vigilata. La detenzione a Zintan, area nella quale è poi spirato, lo aveva visto ostaggio e al tempo stesso personaggio politico con cui vari attori negoziavano, in un gioco di alleanze mutevoli tipico del panorama libico. Lo stesso avvocato che ne ha confermato la morte, del resto, ne aveva seguito per anni le travagliate vicende giudiziarie, sia locali che internazionali, in un intreccio che rifletteva le divisioni profonde del paese.
L'omicidio come specchio della crisi libica
L'agguato, avvenuto secondo alcune ricostruzioni nei pressi della sua abitazione, non è un episodio isolato ma si inserisce in una lunga scia di violenze che coinvolgono esponenti politici, comandanti militari e semplici cittadini. La mancanza di un'autorità statale unitaria e il proliferare di gruppi armati, ciascuno con i propri interessi e le proprie vendette, rende pressoché impossibile l'instaurazione di un processo di riconciliazione nazionale. L'uccisione di un personaggio così carico di simbolismo politico, per di più mentre la Libia è divisa tra due governi rivali e l'attenzione internazionale è assorbita da altre crisi globali, rischia di inasprire ulteriormente le tensioni settarie e regionali, senza che al momento si intraveda un arbitro in grado di gestirle.




