L’epatite A torna a correre in Italia, calano B e C mentre l’Iss monitora il focolaio tra Campania, Lazio e Puglia

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Redazione Salute Redazione Salute   -   I numeri raccontano un’inversione di tendenza netta, per certi versi inaspettata dopo anni di attenzione concentrata su altri fronti virali. Nel 2025, il bollettino del sistema di sorveglianza Seieva, coordinato dall’Istituto superiore di sanità, segna un aumento significativo per l’epatite A, che fa registrare 631 casi contro i 443 dell’anno precedente. Una crescita che, osservando l’andamento mensile, rivela un picco a settembre con 89 notifiche per poi mostrare un leggero calo verso dicembre, senza però riallinearsi ai livelli di sicurezza epidemiologica cui eravamo abituati.

Sul versante opposto, si collocano le epatiti B e C, i cui casi risultano in calo; un dato che, se da un lato conforta per gli sforzi diagnostici e di prevenzione condotti negli anni, dall’altro lascia emergere con più forza il problema legato alla trasmissione fecale-orale. C’è poi l’epatite E, in aumento, a completare un quadro che gli epidemiologi definiscono in evoluzione, con caratteristiche territoriali ben precise.

Il focus dell’Iss si stringe infatti su tre regioni: Campania, Lazio e Puglia. Sono loro, secondo il rapporto, a sostenere la curva nazionale, alimentando un focolaio che in Campania ha assunto le dimensioni di una vera e propria emergenza locale. La peculiarità di questo cluster, spiegano gli esperti, risiede nella verosimile correlazione con il consumo di molluschi eduli bivalvi – i mitili, per intenderci, quelli che comunemente chiamiamo cozze – contaminati dal virus.

Proprio la biologia di questi organismi offre una chiave di lettura decisiva per comprendere la dinamica del contagio. I mitili, va ricordato, sono filtratori eccezionali: un singolo esemplare è capace di processare dai 5 ai 7 litri di acqua marina ogni ora, arrivando a superare i 100 litri nell’arco delle 24 ore. Una prerogativa che, se da un punto di vista ecologico rappresenta un valore depurativo per l’ambiente marino, dal punto di vista sanitario si traduce in un potentissimo concentratore naturale di agenti patogeni a trasmissione oro-fecale, virus dell’epatite A in primis, ma anche batteri e protozoi.

La situazione, tuttavia, non presenta un’uniformità sul territorio. Se in Campania l’allarme è scattato con forza, nel Lazio la lettura dei dati assume contorni diversi. Nella regione, dall’inizio dell’anno, sono stati contati 120 casi di epatite A, di cui circa una cinquantina concentrati a Roma. Numeri che gli addetti ai lavori ritengono sostanzialmente in linea con quelli dello scorso anno, quando i contagi conclamati nella regione furono 1.700. Ciò che ha acceso i riflettori è stato il mese di febbraio, quando si è registrato un picco di contagi in provincia di Latina, con un evidente collegamento epidemiologico ai focolai attivi a Napoli e nei territori circostanti.

A rendere complessa la gestione del fenomeno è la combinazione tra la resilienza del virus, capace di sopravvivere a lungo nell’ambiente marino, e le abitudini alimentari, che spesso sottovalutano i rischi legati al consumo di prodotti ittici crudi o non sufficientemente cotti. La sorveglianza Seieva, in questo senso, continua a rappresentare lo strumento principale per tracciare l’evoluzione del contagio, confermando come la stagionalità e le abitudini di consumo possano influenzare la curva epidemica in modo determinante.

L’analisi dei dati e il ruolo della sorveglianza epidemiologica

Il bollettino pubblicato oggi dall’Iss non si limita a fotografare i numeri assoluti, ma restituisce l’immagine di un sistema immunitario collettivo che, per quanto riguarda le epatiti a trasmissione parenterale, sembra aver imboccato la strada giusta. Il calo di B e C è il risultato di decenni di campagne di vaccinazione, screening e innovazioni terapeutiche che hanno profondamente modificato la storia naturale di queste infezioni. Diverso, e più insidioso, è il fronte rappresentato dall’epatite A, per la quale non esiste una strategia di copertura universale simile e dove la prevenzione si gioca essenzialmente sul piano dell’igiene alimentare e della sicurezza delle acque.

Il lavoro di monitoraggio condotto dal sistema Seieva permette di individuare con precisione i cluster geografici. In questo caso, la trinità Campania, Lazio e Puglia rappresenta non solo un dato statistico, ma un indicatore preciso di dove si concentrano le criticità strutturali, legate probabilmente sia allo scarico delle acque reflue sia alla filiera della pesca e della distribuzione dei molluschi. I ricercatori dell’Iss sottolineano che la capacità di filtrazione dei mitili, se da un lato li rende vulnerabili alla contaminazione, dall’altro li trasforma in ottimi biosensori ambientali: quando si registrano picchi di epatite A associati al loro consumo, si accende una spia su potenziali malfunzionamenti dei sistemi di depurazione.

La dinamica del contagio e le implicazioni per la filiera ittica

Il legame epidemiologico tra il focolaio campano e quanto accaduto a febbraio in provincia di Latina conferma la velocità con cui il virus può viaggiare, sfruttando la mobilità delle merci e le abitudini dei consumatori. Non si tratta, in questo caso, di un fenomeno legato esclusivamente alla ristorazione, ma di un rischio potenzialmente diffuso in tutte le case dove si acquistano molluschi senza una rigorosa tracciabilità o dove si trascurano le corrette pratiche di cottura.

Dal punto di vista clinico, l’epatite A si presenta con sintomi che vanno dall’ittero alla stanchezza profonda, fino a forme più lievi che spesso vengono confuse con banali malesseri stagionali. È questa variabilità, insieme al periodo di incubazione che può prolungarsi per settimane, a complicare il lavoro degli epidemiologi nel ricostruire la catena del contagio. Nel bollettino odierno, l’Iss evidenzia come la maggior parte dei casi recenti sia riconducibile al consumo di frutti di mare, un’abitudine radicata nelle regioni costiere ma che richiederebbe un livello di attenzione molto più alto rispetto a quello generalmente percepito.

Un quadro in evoluzione tra vecchi rischi e nuove emergenze

Mentre gli uffici di sanità pubblica delle regioni coinvolte lavorano per arginare il focolaio, con controlli mirati sulle partite di molluschi e campagne informative rivolte ai ristoratori, il dato di fondo che emerge è la capacità di resistenza del virus dell’epatite A, capace di riemergere con prepotenza non appena vengono meno le condizioni di sicurezza igienico-sanitaria. L’aumento dei casi, concentrato in tre regioni, non rappresenta un’emergenza nazionale omogenea, ma segnala la necessità di interventi mirati laddove il sistema di depurazione e il controllo della filiera mostrano le maggiori fragilità.

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