Il ritorno alla Luna tra corse tecniche e l’ombra di un piano B che non c’è

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   L’obiettivo, dichiarato ormai da anni e riaffermato con forza dalla nuova amministrazione Trump, di riportare degli astronauti sulle polverose pianure del nostro satellite naturale, si avvicina concretamente alla sua prima fatidica scadenza. La Nasa, dopo aver superato una serie di intoppi tecnici che ne avevano minato la tabella di marcia, ha ufficialmente dato il via libera al decollo della missione Artemis II, fissando per il primo aprile la finestra utile per l’invio di quattro esseri umani in un viaggio attorno alla Luna, un’impresa che manca dall’era delle Apollo, ormai più di cinquant’anni fa. Il gigantesco razzo Space Launch System, cuore pulsante del programma, è stato sottoposto a una revisione completa nota come Flight Readiness Review, al termine della quale i responsabili hanno espresso il loro "go" al proseguimento delle operazioni, nonostante il veicolo sia dovuto rientrare nel suo hangar per riparazioni legate a un problema di flusso dell’elio, causato da una guarnizione fuori posto. Questo contrattempo, che aveva costretto a far slittare i piani iniziali di febbraio e poi di marzo, sembra dunque essere stato risolto, e il razzo verrà ora riportato sulla rampa di lancio del Kennedy Space Center in Florida per i preparativi finali in vista del decollo, previsto per le 18:24 ora locale del 1° aprile, con una finestra di sei giorni a disposizione prima di dover rimandare tutto a fine mese.

Un verdetto amaro dall’Ispettorato: l’assenza di un piano di salvataggio

Mentre l’attenzione del pubblico e degli addetti ai lavori è focalizzata sul conto alla rovescia per questo storico fly-by, un rapporto pubblicato proprio in questi giorni dall’Ufficio dell’Ispettore Generale della Nasa ha gettato una luce cruda e preoccupante su quelli che sono i reali margini di sicurezza per gli equipaggi che, in un futuro ormai prossimo, calcheranno il suolo lunare nell’ambito delle successive missioni Artemis. Il documento, una minuziosa analisi dello stato dell’arte del programma, evidenzia quelle che definisce "gravi lacune" nei protocolli di sicurezza, sottolineando come, a distanza di oltre mezzo secolo dalle imprese Apollo, l'agenzia spaziale non abbia compiuto passi avanti significativi nella capacità di trarre in salvo degli astronauti qualora si verificasse un'emergenza nello spazio profondo o, peggio ancora, sulla superficie della Luna. Se durante la missione Apollo 13, cinquantasei anni fa, ci si poté affidare a una serie di improvvisazioni eroiche per riportare a casa l’equipaggio, oggi la Nasa non dispone di un "Piano B" strutturato e testato per far fronte a un guasto critico che lasci dei membri dell’equipaggio bloccati in orbita o sulla superficie, con il rischio concreto di non poter fare ritorno.

Il rapporto dell’Ispettore Generale, che cita una probabilità di perdita dell’equipaggio stimata intorno a 1 su 30 per l’intera missione e di 1 su 40 per le sole operazioni di allunaggio, punta il dito contro la complessità delle architetture dei lander sviluppati dai partner commerciali, in particolare quello di SpaceX, il cosiddetto Human Landing System, una versione modificata della loro astronave Starship. Le sfide tecniche, spiega l’analisi, sono immense e in parte ancora irrisolte: dal trasferimento in orbita di decine di tonnellate di propellente criogenico, che tende a bollire ed evaporare, alla stabilità stessa del lander, alto quanto un palazzo di quattordici piani, su terreni impervi e con pendenze fino a venti gradi come quelli del Polo Sud lunare, dove la Nasa intende stabilire una presenza duratura. Un eventuale superamento della tolleranza di inclinazione, fissata a soli otto gradi, potrebbe causare il ribaltamento del mezzo, condannando gli occupanti.

L’enigma dell’ascensore e i rischi per il rientro sulla Terra

Uno degli aspetti più curiosi, e al contempo più allarmanti, emersi dall’indagine dell’Ispettorato, riguarda l’unico metodo previsto per il rientro degli astronauti all’interno del modulo spaziale dopo aver concluso le loro passeggiate lunari. Data la conformazione della Starship di SpaceX, con l’alloggio dell’equipaggio situato nella parte superiore del veicolo, gli astronauti non potranno semplicemente scendere da una scaletta, come avveniva per i moduli Apollo o come avverrà per il più basso lander Blue Moon di Blue Origin, ma dovranno utilizzare un ascensore esterno che li calerà per una decina di piani fino al suolo. Questo elevatore, spiega il rapporto, rappresenta attualmente un punto di vulnerabilità estremo: non esiste, infatti, alcuna via alternativa per fare rientro a bordo nel malaugurato caso in cui il meccanismo si inceppi mentre la squadra si trova sulla superficie. Se l’ascensore si blocca, gli astronauti sono di fatto bloccati all’esterno, senza possibilità di raggiungere la sicurezza del modulo pressurizzato, un rischio che il programma HLS sta monitorando con la massima priorità, lavorando con SpaceX per sviluppare dei sistemi ridondanti, ma che ad oggi rimane una delle principali criticità.

Parallelamente a queste problematiche relative alla sicurezza nelle fasi di esplorazione, l’attenzione dei tecnici rimane alta anche per quanto concerne il viaggio di andata e ritorno della capsula Orion. Già durante la missione Artemis I, priva di equipaggio, lo scudo termico del veicolo, progettato per proteggere gli occupanti dalle temperature roventi del rientro atmosferico, aveva subito una perdita di frammenti ben superiore alle attese, con crepe e pezzi mancanti che avevano allarmato gli ingegneri. L’indagine stabilì che la causa risiedeva nella formazione di gas all’interno del materiale ablativo, e per Artemis II si è deciso di modificare la traiettoria di rientro, evitando la tecnica del "rimbalzo" sull’atmosfera per ridurre lo stress termico sullo scudo, il quale, va sottolineato, rimarrà invariato rispetto al volo precedente. Una scelta, quella di non sostituirlo, motivata da ragioni di costi e tempi, che porta con sé un margine di rischio calcolato ma non per questo meno significativo, in attesa di uno scudo termico di nuova concezione per le missioni successive.

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