Campitiello: “Solo 10% dei casi di carcinoma ovarico diagnosticato per tempo”

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Soltanto un decimo dei carcinomi ovarici, una patologia oncologica tra le più insidiose proprio a causa della sua capacità di rimanere silente, viene intercettato quando la malattia è ancora in una fase precoce, rendendo così possibile un intervento potenzialmente risolutivo. A lanciare l’allarme, nel corso di un convegno organizzato al ministero della Salute in occasione della Giornata mondiale dedicata a questa neoplasia, è stata Maria Rosaria Campitiello. Il capo del Dipartimento della prevenzione, intervenuto di fronte a specialisti e rappresentanti delle associazioni, ha voluto sottolineare come, nonostante si registri oggi una sopravvivenza “discreta” – attestata su un valore del 43 per cento –, questo dato non possa e non debba bastare, né per le istituzioni né per i clinici. La diagnosi, ha aggiunto Campitiello, rimane troppo spesso un evento quasi casuale: è affidata all’occhio del ginecologo durante i controlli di routine, dove l’ecografia diventa l’unica arma per distinguere una neoplasia da una semplice cisti benigna o da un follicolo.

L’assenza di test specifici e il ritardo nella diagnosi

Viviamo in un contesto in cui la medicina, nonostante i progressi strabilianti fatti in altri settori, non dispone ancora di marcatori o test di screening in grado di supportare efficacemente una diagnosi precoce su larga scala, e questa lacuna pesa come un macigno sulle possibilità di guarigione delle pazienti. La responsabilità di individuare il problema ricade quindi quasi esclusivamente sulla perizia del medico, che deve saper leggere correttamente ciò che vede sullo schermo. Purtroppo, i sintomi di questo tumore (dolori addominali, senso di sazietà precoce, gonfiore persistente) sono spesso vaghi e facilmente confondibili con disturbi gastrointestinali di ben altra natura; ecco spiegato perché oltre il 60% dei casi, e secondo alcune stime addirittura il 70%, viene scoperto solo quando la malattia è già in stadio avanzato. Campitiello ha rimarcato l’impegno del dicastero nell'alfabetizzazione sanitaria della cittadinanza, spingendo le donne a non trascurare i controlli periodici nonostante l'aspecificità dei campanelli d’allarme.

L’Agenda nazionale e l’imperativo della centralizzazione delle cure

L’occasione del convegno romano è servita anche per presentare ufficialmente la prima Agenda nazionale dedicata al tumore ovarico, un documento programmatico che mira a trasformare questa battaglia in una vera priorità di salute pubblica. Numeri alla mano, ogni giorno nel nostro Paese sono quindici le donne che ricevono una diagnosi di carcinoma dell'ovaio, per un totale che supera i 5.400 nuovi casi all’anno, con circa 52mila donne attualmente in vita dopo la diagnosi. L’obiettivo principale, su cui hanno convenuto le società scientifiche (come il gruppo MITO) e le associazioni di pazienti (come Acto Italia e Loto Odv), è quello di arginare le pesanti disuguaglianze territoriali che ancora affliggono l’Italia. Sandro Pignata, tra i massimi esperti della Fondazione Pascale di Napoli, ha lanciato un traguardo ambizioso ma necessario: fare in modo che entro il 2028 almeno il 75% dei casi venga trattato in strutture ad alto volume di attività, per arrivare a coprire il 90% delle pazienti entro il 2030. Una scelta, quella della centralizzazione, che non è burocratica ma clinica: l’esperienza del centro di riferimento, spiegano gli esperti, influisce drasticamente sulla sopravvivenza e sull'accesso alle terapie più innovative (dalla chirurgia di citoriduzione agli anticorpi coniugati), anche se oggi il 73% delle malate ignora quanto sia cruciale questa scelta.

La sfida delle regioni e la necessità di omogeneità

A fare da contraltare a queste ambizioni, però, ci sono i dati che arrivano dal territorio. Se da un lato iniziative come quella di Loto Odv, che porta a sbocciare le peonie nelle piazze dell’Emilia-Romagna per accendere i riflettori su una patologia che colpisce tra le 400 e le 450 donne all’anno solo in quella regione, rappresentano un tentativo lodevole di informazione dal basso, dall’altro lato la realtà clinica racconta di una sanità a due velocità. Campitiello stessa ha messo il dito nella piaga riguardo alle disuguaglianze regionali: il suo appello è stato chiaro nel chiedere omogeneità nei trattamenti e nella gestione dei fondi, perché se è vero che la ricerca avanza con farmaci innovativi (come gli anticorpi farmaco-coniugati), è altrettanto vero che senza una regia nazionale capace di abbattere le burocrazie e definire percorsi standardizzati, quel progresso rischia di rimanere un privilegio per pochi e non un diritto per tutte.

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