Bce, l’ombra del doppio rialzo dei tassi mentre De Guindos invita alla prudenza

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo
ECONOMIA Preferisci Informazione.News su Google

Redazione Economia Redazione Economia   -   Nell’incertezza generata dal conflitto in Iran, che continua a far impennare i prezzi dell’energia, il vicepresidente uscente della Banca centrale europea, Luis de Guindos, lancia un chiaro monito ai suoi successori: attendere prima di decidere la prossima mossa sul costo del denaro. In un’intervista rilasciata al Financial Times, de Guindos – il cui mandato scade proprio in concomitanza con la riunione di inizio giugno – ha spiegato come l’impatto recessivo dello shock energetico rischi di farsi sentire più rapidamente dell’inflazione stessa, almeno stando alla lettura congiunturale dei dati. “Abbiamo bisogno di maggiore chiarezza riguardo al conflitto,” ha dichiarato, sottolineando come le nuove proiezioni econometriche che Francoforte avrà a disposizione tra poche settimane saranno decisive per orientare la bussola. La sua impressione, suffragata dall’analisi degli ultimi indicatori, è che i numeri relativi alla crescita nelle prossime settimane non potranno essere positivi, un’ammissione che getta acqua sul fuoco delle speculazioni più aggressive.

Nonostante l’appello alla calma da parte del numero due di Palazzo della Bce, il mercato e una larga fetta degli analisti sembrano aver già preso un’altra direzione. Un sondaggio condotto da Bloomberg tra il 4 e il 7 maggio scorso rivela infatti che gli economisti prevedono un doppio rialzo dei tassi di interesse, quantificabile in un quarto di punto a riunione, per l’esattezza a giugno e a settembre. Questa stretta, che segnerebbe un’inversione di tendenza rispetto alla prudenza mostrata finora dai funzionari, è giustificata dalla necessità di contrastare l’inflazione attesa in decisa accelerazione: la stima per il 2026 è stata rivista al rialzo fino al 2,9%, ben oltre il target del 2%. Il paradosso, che emerge chiaramente dalle aspettative degli operatori, è che tutto ciò avviene mentre lo scenario macroeconomico si deteriora, con una revisione al ribasso del Prodotto interno lordo dell’area euro allo 0,8% per l’anno in corso.

Il “falco” tedesco preme per l’accelerazione

A complicare ulteriormente il quadro decisionale, che si preannuncia infuocato nel Consiglio direttivo del 10 e 11 giugno, interviene la posizione intransigente di Isabel Schnabel. La potente esponente tedesca, considerata la “falco” per eccellenza, ha già rotto il fronte della cautela dichiarando che la politica monetaria dovrà necessariamente inasprirsi se lo shock dei prezzi energetici dovesse ampliarsi. Nel suo intervento a Londra, Schnabel ha avvertito che il rischio di “effetti di secondo livello” capaci di minare la stabilità dei prezzi è aumentato nelle ultime settimane, rendendo imperativo per Francoforte prepararsi a fare tutto il necessario per riportare l’inflazione all’obiettivo. Le sue parole rappresentano un messaggio chiaramente restrittivo, in netto contrasto con l’approccio attendista propugnato da de Guindos.

L’incrocio pericoloso tra recessione e carovita

Se si osserva il contesto internazionale, mai come oggi i banchieri centrali si trovano di fronte a un bivio mortale, dove alzare i tassi rischia di strangolare la crescita, ma rimanere inerti rischia di consolidare una spirale inflazionistica difficile da spezzare. La guerra in Iran e le implicazioni sul passaggio di navi attraverso lo Stretto di Hormuz rappresentano quella variabile impazzita che tiene in scacco le previsioni. Mentre la Fed americana si muove su binari paralleli, la Bce teme soprattutto l’effetto valanga sulla credibilità: se gli operatori iniziassero a dubitare della capacità dell’Istituto di mantenere l’inflazione sotto controllo, il costo per domarla diventerebbe proibitivo. Gli analisti, nel frattempo, sembrano già aver scontato questa eventualità, spostando in avanti qualsiasi ipotesi di taglio dei tassi addirittura al marzo del 2027.

Prudenza sistemica o rinvio obbligato?

De Guindos, con una lucida analisi riportata dal Financial Times, ha tentato di mettere in guardia i colleghi dall’eccessivo attivismo, ricordando che le banche centrali non possono più chiudersi in una “torre d’avorio”. Il suo richiamo è all’utilizzo del giudizio fondato sui fatti del mondo reale, un mondo reale dove la domanda aggregata sta già mostrando segni di cedimento a causa del caro-energia. Tuttavia, con Schnabel e altri governatori del Nord Europa pronti a sostenere la necessità di una stretta per non perdere la sfida della stabilità, l’esito della riunione di giugno è tutt’altro che scontato. La scelta del termine “necessario attendere” da parte del vicepresidente suona, agli occhi degli addetti ai lavori, come un ultimo tentativo di bilanciare le ragioni di chi guarda già al contatore della fabbrica ferma, contro chi vede nel carrello della spesa delle famiglie il termometro più affidabile della crisi.

Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.